«Noi che abbiamo aperto la nostra casa al Senegal»
Marito e moglie, hanno costruito in Africa due pozzi e un asilo E vivono a Istia con un giovane africano e sua figlia di 3 anni
GROSSETO. Il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, è finito pochi giorni fa sulla rivista Fortune. È lui uno dei 50 uomini più influenti del mondo per la sua rivoluzionaria politica legata all’immigrazione che ha trasformato l’emergenza sbarchi in una risorsa per rivitalizzare il paese.
Per la prima volta - ed è un segnale forte - viene considerato potente un uomo non per la sua ricchezza ma per la sua capacità di tessere legami con una parte di mondo che soffre.
Con i loro modi gentili e sinceri, anche due grossetani ci offrono un caso esemplare di integrazione. Gabriella Meccarozzi e Claudio Lazzeretti sono titolari del supermercato Simply alle Stiacciole. Vivono a Istia e hanno generosamente aperto la propria casa a un padre senegalese e alla sua figlia piccola. Tutti e quattro vivono insieme come una famiglia allargata: il babbo, di nome Matar, tutte le mattine esce di casa per andare a lavorare in un forno, mentre la sua bimba è amorevolmente seguita nello studio e nella vita di tutti i giorni dai due coniugi maremmani che, negli anni, sono stati più volte in Senegal per distribuire cibo, scavare pozzi e costruire un asilo.
La scintilla iniziale. Gabriella e Claudio si sono sposati nel 2009; la scoperta del Senegal risale al 2011. Ad accendere la scintilla fu un servizio televisivo delle Iene sulla nuova vita di alcuni senegalesi, ex vucumprà, che vivendo in Italia e mettendo da parte qualche soldo erano tornati a investire nel loro paese. Chi orefice, chi falegname, chi albergatore. «Mossi dalla curiosità siamo partiti per l’Africa, ma l’iniziale spirito da turisti si è trasformato pian piano in un forte sentimento di solidarietà. Il viaggio è diventato un’occasione per entrare in empatia con questo mondo povero e selvaggio ma caldo e appassionato. Un ragazzo del posto ci ha fatto da guida turistica, si chiamava Omar. Siamo andati in giro con lui, abbiamo scoperto il lago rosa e l’isola delle conchiglie. Io mi sono fatta le treccine - racconta Gabriella - Grazie a lui abbiamo conosciuto Matar Gueye (oggi 42 anni, originario di ’Mbour, cittadina non lontana da Dakar) che è diventato un amico strettissimo. Finito il viaggio, aiutare questo popolo si è trasformato in una necessità di vita».
Una necessità di vita. Ma come fare qualcosa? Tornati a Istia, Gabriella e Claudio hanno organizzato una festa nel giardino di casa, con l’idea di raccogliere qualche soldo tra i maremmani in favore del Senegal.
La trovata ha avuto successo tanto da diventare negli anni un appuntamento fisso. E proprio grazie ai soldi raccolti Claudio e Gabriella - tornati in Africa nel 2012 e 2013 - hanno fatto il tour dei villaggi, costruito due pozzi e acquistato cibo, sapone e candele per la popolazione. «Abbiamo visitato tante comunità in cui la gente sopravviveva a stento e le donne percorrevano parecchi chilometri sotto al sole con i figli nei marsupi per raggiungere le poche fontane a pagamento». Sentirsi parte dell’Africa, in totale condivisione umana con questo popolo, è stato come tornare alle radici del mondo.
I pozzi. Assistere alla creazione di un pozzo è stata un’esperienza unica. Il luogo era stato scelto durante una riunione con il capovillaggio: un rabdomante aveva fiutato l’acqua e ci aveva indovinato. «Un uomo di nome Paul, magrissimo, si mise a scavare con uno scalpello. Noi assistevamo sotto le fronde di un albero e la gente del posto ci portava del thè per dissetarci. Quando fu trovata una roccia il lavoro si interruppe e ci appoggiammo a una comunità cristiana lì vicino, dotata di trivelle. Grazie ai suoi strumenti, a 12-13 metri spuntò l’acqua e finalmente il villaggio riuscì a bere». L’avvento dei pozzi fu accolto con una festa liberatoria a base di miglio e latte.
Poi un asilo. «Ricordo gli occhi di quei bambini», racconta commossa Gabriella che, col marito, un giorno si è imbattuta in un asilo che versava in condizioni spaventose: 32 piccoli senegalesi stavano in una capanna sotto a un tetto di paglia e cannucce coperto da un telo nero. Era la loro aula. Grazie ad altri soldi raccolti a Istia, un asilo nuovo è stato tirato su dalla gente del posto. Inaugurato a marzo 2015, è stato chiamato Maremmino proprio in omaggio a Gabriella e Claudio. La sua costruzione è stata documentata da Matar in un video, proiettato nell’ultima festa ai Campini di Istia.
Una famiglia allargata. Oggi Claudio e Gabriella vivono nella propria casa con Mati e la figlia di lui, nata 3 anni e mezzo fa in Senegal. Matar si è stabilito da loro che l’hanno accolto a braccia aperte. Lavora in un forno maremmano, è benvoluto da tutti e considerato un ottimo lavoratore. Più volte all’anno torna in Senegal dalla moglie Kinè, rimasta là. La piccola Sophie va a scuola, è serena e viene accudita come una figlia dai coniugi grossetani che l’hanno presa in affido per assicurarle tutto quello di cui ha bisogno. Una famiglia allargata che affonda le radici sulla condivisione di sentimenti universali, segno che la vera integrazione è possibile.
«Se il mal d’Africa esiste noi ce l’abbiamo», dice Gabriella che - col marito - già guarda al futuro. L’idea è quella di organizzare un’altra festa a Istia e raccogliere soldi per curare una bambina senegalese affetta da anemia fulciforme. Non solo. «Vorremmo riuscire anche a portare altra acqua alla popolazione costruendo un percorso di tubature da una fontana pubblica a un villaggio nella periferia di ’Mbour». È il loro nuovo obiettivo. L’appuntamento è d’estate (vedi box in fondo pagina). «A volte - dice la coppia - diamo importanza a cose senza valore e ne sottovalutiamo altre apparentemente prive di senso che hanno invece un valore grandissimo. Queste persone così semplici ci insegnano che è possibile raggiungere una grande serenità interiore data dall’amore e dall’impegno per il prossimo».
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