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Bancarotta fraudolenta: tutti i vertici Mabro indagati
Chiuse le indagini per gli amministratori di Abbigliamento Grosseto, Barontini e Santoro accusati di aver fatto fallire le trattative per la cessione
GROSSETO. Abbigliamento Grosseto e Royal Tuscany di nuovo nella bufera. Questa volta a mettere la firma in fondo all’atto di fine indagine della Procura di Grosseto è stato il pm Alessandro Leopizzi che ha passato al setaccio i documenti delle società che si sono succedute alla guida della fabbrica delle vestaglie azzurre da 2008 al 2013. Prima che i dipendenti chiedessero l’ammissione alla Prodi bis per salvare quello che restava della Mabro.
Sono sette gli indagati, accusati tutti di bancarotta fraudolenta: Maurizio Graziano Favilli, 76 anni, amministratore unico di Abbigliamento Grosseto dal 4 luglio 2008 al 22 ottobre 2010 e prima presidente del consiglio di amministrazione di Mabro, Giorgio Benassi, 67 anni, amministratore unico di Abbigliamento Grosseto da ottobre 2010 a febbraio 2011, amministratore delegato e poi liquidatore di Mabro spa dal 4 dicembre 2008, i pratesi Gianluca Mauro, 49 anni e l’imprenditore Andrea Barontini, 51 anni, entrambi alla guida di Abbigliamento Grosseto, il primo da febbraio 2011 a novembre 2012 e il secondo dal novembre dello stesso anno a giugno 2013, Maurizio Santoro, l’advisor che aveva ripreso la società dalle mani di Barontini dal 6 giugno 2013. Con loro sono indagati anche Filippo Invitti, 47 anni e Antonio Dipietrantonio 61 anni, rispettivamente amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione di Movies spa, la società che poi era stata trasformata in Royal Tuscany Fashion group e che è tutt’oggi al concordato preventivo.
È soprattutto sui vertici di Abbigliamento Grosseto, nei vari passaggi che hanno portato la società dalle mani di Maurizio Favilli a quella di Maurizio Santoro che si è concentrata l’attenzione della Procura di Grosseto. Il sostituto ha ricostruito tutti i passaggi e scandagliato tutti i conti e i bilanci della società, arrivando ad ipotizzare appunto il reato di bancarotta fraudolenta. Secondo il magistrato Benassi, Favilli, Mauro, Barontini e Santoro avrebbero aggravato il dissesto della società decidendo di non chiederne il fallimento e dissipandone così il patrimonio, oltre ad aver tenuto i libri e le altre scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari con irregolarità e in maniera incompleta, oltre (e questa accusa viene mossa anche a Invitti e Dipietrantonio), per aver dissipato completamente il valore dell’unità produttiva che si trova in via Senese comprensivo dello stesso marchio Mabro, che solo nel 2007 aveva prodotto ricavi per 17 milioni 354.622 euro).
Un’inchiesta, quella del pm Leopizzi che per quanto riguarda Dipietrantonio e Invitti si intreccia con quella aperta dal suo collega Salvatore Ferraro per la quale i due ex amministratori sono stati rinviati a giudizio e che era partita con la querela presentata da Aldo Invitti, ex amministratore delegato di Royal Tuscany. Era stato lui a spiegare ai magistrati che aveva deciso di investire nella società perché i conti che gli erano stati presentati non erano così disastrosi come poi sono risultati durante la sua breve parentesi alla guida dell’azienda.
Al centro dell’inchiesta c’era e c’è anche oggi il bilancio di Royal Tuscany chiuso il 31 dicembre 2009, che presentava diverse anomalie: i debiti non erano stati tutti dichiarati, il magazzino era stato gonfiato e con questo sistema Aldo Invitti sarebbe stato tratto in inganno.
Falsa rappresentazione ai soci e alla città, oltre che ai creditori sarebbe stata fatta anche con i ritocchi ai bilanci dal 2008 al 2012, quelli di Abbigliamento Grosseto, per i quali sono stati chiamati a rispondere Benassi, Favilli, Mauro, Barontini e Santoro.
L’importo per l’acquisto del ramo d’azienda che sarebbe dovuto essere indicato nel bilancio (3 milioni e 600.000 euro) era stato invece indicato come “Concessioni e licenze”.
Leopizzi ha anche analizzato a fondo la cessione del ramo d’azienda tra Invitti e Dipietrantonio e Mauro e Barontini: operazione che prevedeva il passaggio dei dipendenti tra le due società (228 più i 24 rimasti in Royal Tuscany) per 40.600 euro e affittando il capannone alla società Marcolana di proprietà di Barontini. L’imprenditore pratese inoltre, avrebbe omesso anche di denunciare il furto di computer e agende dagli uffici commerciali di Abbigliamento Grosseto, furto avvenuto nei primi mesi del 2013 e, insieme a Maurizio Santoro, avrebbero «maliziosamente - scrive il pm - fatto ogni trattativa volta all’acquisto dell’azienda da parte di imprenditori del settore tessile». Trattative che sono poi riprese con la pubblicazione del bando per la cessione della società, una volta che Abbigliamento Grosseto è entrata nel regime della Prodi bis.
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