Il Tirreno

Grosseto

«Io candidato? Non ci sono i presupposti»

di Francesca Ferri
«Io candidato? Non ci sono i presupposti»

Pizzuti mette a tacere le voci sul suo nome «Non mi piace come si è mosso il partito»

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GROSSETO. Le voci si rincorrono da giorni: nel Pd potrebbe farsi avanti un terzo candidato alle primarie? C’è chi lo ha dato per certo, chi giura di averlo convinto, chi lo dà per scontato quale interprete di una “terza area” che guarda con fastidio allo spettacolo astioso che i democratici stanno dando da quando si sono accesi i motori della corsa al Municipio grossetano. C’è anche chi frena, chi la reputa una voce messa in giro ad arte, chi ritiene un terzo candidato tecnicamente impossibile (per presentarsi alle primarie di coalizione serve il 35 per cento delle firme dell’assemblea o il 20 per cento degli iscritti, e con le candidature di Paolo Borghi e Lorenzo Mascagni i margini sarebbero risicati; anche se, va detto, il Pd è in attesa di darsi nuove regole).

Ad ogni modo il riserbo sul suo nome alla fine si scioglie e Valerio Pizzuti, urologo stimato, politico di lunga data e per tre mandati consigliere comunale, si affaccia sull’arena preelettorale. Si affaccia, per scostarsene subito però.

Pizzuti, dunque sarebbe lei il “terzo incomodo”? Conferma la sua candidatura?

«La gente parla di tutto (ride). Probabilmente tutto nasce da quando, a campagna non iniziata, feci delle interviste esprimendo il mio pensiero, ma in realtà non ci sono i presupposti».

In che senso?

«Non è che il partito ha raccolto le intenzioni di possibili candidati. Non c’è stato nessun contatto da parte mia».

Però se uno ha i numeri per presentarsi non deve chiedere il permesso...

«Chi è che può avere la certezze dei numeri? Io quel che leggo è che c’è un distacco netto tra la politica e l’uomo della strada, che non è uno “sciorno”, ha notevole buonsenso e può insegnare a tutti. C’è una distanza tra le aspettative dell’elettorato e i partiti nel loro percorso. Facile dire quello che l’elettore vuole sentirsi dire, più difficile realizzarlo».

Da questi presupposti sembrerebbe che lei ha voglia di candidarsi.

«Ritengo che tutti abbiano il dovere di dare un contributo alla città e di poter partecipare. E oggi le persone hanno voglia di partecipare e di farsi ascoltare. Forse la capacità di ascoltare l’abbiamo persa. Non so se, in questo, qualcuno ha letto un desiderio. Non so questa voce come è nata. Ho fatto tre volte il consigliere comunale, ho spirito collaborativo. Ma non ci sono più termini e tempi. E il percorso che è stato fatto dal partito mi sembra che chiuda un po’ le possibilità. Ma va bene così».

C’è una “terza area” nel Pd che la pensa come lei?

«Penso di no perché la tragedia è che o si partecipa o ci si astiene, non si propone. Anche negli organismi c’è un po’ di clima da stadio, più che da proposizione. Uno contro tutti. Per questo poi il distacco tra i partiti e le aspettative è terribile».

Queste riflessioni le ha portate in discussione nel Pd?

«Io lanciai l’idea di fare prima di tutto un programma e poi il candidato: qui è stato fatto il contrario. Per carità, se la maggior parte del partito ha questa visione, forse sbaglio io. Ma forse non si sarebbe assistito a qualche discussione triviale sui giornali. Voglio dire: questa città ha grandi aspettative che non riusciamo neanche a cogliere, a volte. Qualche progetto va tirato fuori. Anche se a un certo punto bisogna accettare la realtà e stare al posto proprio».

Tra Borghi e Mascagni, chi sostiene?

«Non mi pronuncio, non mi piace dare giudizi. Ma quello che soprattutto non mi piace è come si è mosso il partito. Non lo accetto».

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