Da Ilde al Guastini Addio ai negozi della nostra vita
Con l’anno nuovo in Maremma chiudono tante botteghe che hanno fatto la storia
di FRANCESCO TENUCCI
Finisce il 2015 che si porta crudelmente via, non solo un anno di vita, ma una vita di ricordi.
A Scansano chiude l’Emporio di Ilde e, contemporaneamente, a Grosseto serrano i battenti la Legatoria Senese e la storica Cartolibreria Guastini che insieme alla Signorelli, sparita ormai da tempo, consentivano al cuore culturale della città di battere con un calore e una passione che vieppiù va raffreddandosi.
Perché non sono, quelle sopra citate, semplici attività commerciali che vanno a sparire e che possono benissimo essere sostituite da altre come una qualunque orrenda tavola calda, che, non si capisce come mai, oggi vada chiamata fast food.
No. Ciò che andiamo a perdere è una storia, un’emozione, un’atmosfera che non possono essere riprodotte. Come se al presepio venissero tolti i pastori o gli artigiani stesi lungo le vie. Non sarebbe più quello.
Chi può dimenticare la vecchia Ilde quando uscì dall’Emporio per un’urgenza e trovandosi di fronte l’onorevole Fassino, senza sapere neanche chi fosse, gli disse: «Per piacere, guardamelo un momento te il negozio, che torno subito».
Nonché il suo famosissimo cartello: «Chiedete anche quello che non vedete». Un modo di essere commerciante che aggregava intorno a sé un modo di vivere: quello che si chiama comunemente “umanità”.
Come scordare gli incontri da Guastini e gli scontri, tra i professori liceali della sinistra e della destra?
Le leggende dell’antica Maremma che venivano narrate e rinarrate tra quegli scaffali in massello, appositamente costruiti all'interno del negozio e che andranno, ora, distrutti?
E il tempo per ottenere un libro quando si ordinava. Almeno un mese! E com’era bello tornare tre o quattro volte a chiederlo per il mero gusto di odorare il profumo della pergamena, dell’inchiostro, delle matite, della carta copiativa e di quella assorbente, e venire accolti ogni volta dal medesimo affabile sorriso, da una cortesia, anch’essa, storica.
Un negozio nato per caso, quando all’Innocenti fu risposto di no dai soliti compagni in Comune, allorché chiese di impiantare a Grosseto una fabbrica di lambrette (cambiato poco in tanti anni, eh?), e passando pel corso tutto arrabbiato, vedendo quel fondo sfitto esclamò: «E allora si piglia noi e ci si fa una libreria!», dando vita a un'istituzione che, si può dire, era la Maremma. Dacché, oltre a quello della carta, si poteva odorare la fragranza del mirto e dei tramonti sull’Alberese colorati dal Parigi, o delle storie del Niccolini e di Cavoli e di tanti altri. Più modestamente, anche di quelle di chi scrive.
Tutto ciò finisce, divorato vivo dalle tasse, dall’ottusità di chi non comprende che la cultura è vita e non lo comprende perché ne è privo.
Quando si lascia morire un luogo che trasuda storie si lascia morire la propria storia.
Tutto, in nome di cosa? Di un’efficienza e di un risparmio che s'ammanta di nomi anglosassoni, ma che è solo vuoto. Il vuoto dell’anima di chi non ci amministra.
Speriamo che, quando in quei locali, aprirà l’ennesimo negozio cinese, i vari sindaci di turno possano sbandierare, soddisfatti, il brendolo logoro dell’integrazione tra le culture.
Peccato che sia sempre a discapito della nostra.
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