Italia
«Francesca aggredita vicino al frigorifero»
In aula la ricostruzione della criminologa Roberta Bruzzone
GROSSETO. Parla come una mitraglia, si aiuta anche con i termini forensi inglesi, proietta diapositive con la scena del delitto, e in conclusione afferma che gli indizi sono chiari e univoci: «Francesca Benetti è stata assassinata. Forse prima l’assassino le ha messo le mani al collo, poi l’ha colpita con un oggetto atto a causare sanguinamento. Possibilissimo che l’assassino abbia utilizzato un pugnale o un coltello. E anche che la vittima sia stata colpita nella zona addominale. Senza dubbio l’aggressione è avvenuta con il corpo già a terra: lo dicono la distribuzione e l’altezza delle tracce di sangue».
«Perdita di coscienza». Roberta Bruzzone, criminologa, volto noto della tv, chiamata dalla parte civile (avvocato Agron Xhanaj) a collaborare alle indagini, procede dritta davanti alla corte di assise che sta processando Antonino Bilella per l’omicidio di Potassa. Il sangue perso, abbondante secondo quando da lei calcolato dalle “fughe” delle mattonelle interessate dalle macchie ematiche, sarebbe stato sufficiente a causare una perdita di coscienza: «compatibile un’emorragia venosa e non arteriosa», un’aggressione avvenuta a suo parere nella zona dell’appartamento vicina al frigorifero, almeno alla fine.
«Avvolta nella coperta». Poi il trasporto della salma con l’auto di Bilella, con le tracce di sangue che non potevano essere lì se non perché nel portabagagli era stato caricato un corpo: la presenza di sangue è da ritenersi databile con il giorno stesso della scomparsa. E per avvolgere il corpo «è stata usata quella coperta di cui parla Aldo Scotto», dice Bruzzone, l’ultimo fidanzato di Francesca, l’uomo che l’aveva cercata dal primo pomeriggio del 4 novembre 2013, quello della scomparsa. Secondo Bruzzone, la macchia di sangue sul montante della Punto van, coperta dalla tappezzeria, è fondamentale, specie per la posizione, impossibile da raggiungere normalmente.
«Procedure corrette». La relazione della Bruzzone giunge al termine di una giornata fatta soprattutto di consulenze. Come quella, ancora di parte civile, del generale Luciano Garofano, ex comandante dei Ris, chiamato a valutare l’attendibilità delle operazioni di prelievo, repertamento e analisi dei campioni biologici relativi a Villa Adua. Garofano non ha dubbi: è stato fatto tutto secondo regola («e non dico tutto ciò per piaggeria», specifica). Le tracce di sangue, soprattutto, conducono a «un’elevatissima verosimiglianza di un’aggressione a Francesca Benetti», ed è «inverosimile ricondurle a un fenomeno biologico, a una normale perdita di sangue». Procedure regolari, attrezzature adeguate anche per quanto riguarda il sangue della donna trovato nel montante del bagagliaio della Punto van di Bilella: «Non ho trovato negli atti motivi per i quali Benetti avrebbe dovuto aver accesso a quell’auto». Significativo anche il ritrovamento di sangue di Bilella nel soggiorno-cucina di Villa Adua, secondo Garofano, come anche la constatazione di un’attività di «eliminazione tracce da parte dell’aggressore». Impossibile invece stabilire una datazione delle tracce.
Sangue e luminol. È comunque il capitano Cesare Rapone, esperto del Ris, a focalizzare l’attenzione di giudici e avvocati. A lui la Procura aveva affidato i primi rilievi e la consulenza tecnica: 28 le tracce di sangue repertate. L’ufficiale ha riferito – aiutandosi con diapositive – il ritrovamento di «positività importanti nel soggiorno cucina dell’alloggio di Francesca Benetti» e spiega di aver potuto rilevare tracce evidenti o, con il luminol o con tamponamenti, tracce latenti. Per esempio, di fronte al divano, «si presuppone sia stato passato uno straccio»; sangue anche tra gli interstizi tra le mattonelle; all’interno e all’esterno dell’anta del frigorifero vi sono tracce «non da contatto diretto ma da trasferimento»; poco fuori dal frigo c’è una traccia circolare, da gocciolamento verticale. Esaminato anche l’alloggio del custode: sangue su un cuscino della poltrona, sul gomito di una camicia, su un guanto in lattice nel bagno, su un accappatoio. E la Punto van? La traccia più evidente «non estesa ma intensa» è quella nel portabagagli, tra la guarnizione e la tappezzeria, la n.52; niente sangue sul pianale (compatibile) recuperato successivamente; e niente sangue nemmeno sulla Opel Corsa di Francesca, dove comunque c’erano due paia di guanti in lattice puliti.
«Lavato un oggetto». Tracce di sangue nel sifone del lavandino inducono Rapone a concludere che «qualcuno aveva lavato un oggetto con il sangue di Benetti». «Probabilmente, la signora Benetti ha subìto delle lesioni e ha perso tanto sangue, poi rimosso». E il sangue nel portabagagli della Punto potrebbe essere dovuto al fatto che il corpo di Benetti è stato «confezionato» ed è stato trasportato da quell’auto o comunque esservi stato introdotto: le tracce di sangue sono da ricondurre «a uno sversamento dall’involucro in cui potrebbe essere stata avvolta, con il corpo che avrebbe sbattuto contro il montante o entrandovi o uscendone».
Contestazioni. Conclusioni oggetto di domande da parte della difesa di Bilella: all’avvocato Francesca Carnicelli, Rapone conferma che ci sono soltanto due macchie di sangue di Bilella nell’appartamento di Benetti (n.2 e 3), distanti dal frigorifero, e che «può capitare che non si trovi il dna dell’aggressore sulla scena di un delitto». Controesaminata dall’avvocato Riccardo Lottini la dottoressa Bruzzone, mentre nessuna domanda è stata rivolta a Garofano.
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