Il presidio
Piccoli comuni addio Valanga di fusioni in vista
Dei 28 municipi grossetani solo pochi hanno i requisiti per restare indipendenti Renzi e Rossi spingono per il riassetto ma non tutti i sindaci Pd sono d’accordo
GROSSETO. Con la prossima, definitiva, dissoluzione delle Province, si apre una nuova fase: la scomparsa dei piccoli Comuni, che in Maremma sono una ventina su 28. Con buona pace della storia. Ad annunciare la condanna a morte delle municipalità più fragili è stato un mese fa da Dario Parrini, segretario regionale del Pd che, forte di uno studio dell’istituto regionale per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha rotto gli indugi e ha dettagliato la posizione del partito di maggioranza, nettamente favorevole alle fusioni.
Il premier Matteo Renzi e il governatore Enrico Rossi sono pienamente d’accordo. Fusioni di Aziende e Distretti in sanità, quindi, e fusioni territoriali per quanto concerne i Comuni. È il tema politico del giorno, con la Regione Toscana che dovrà diventare l’apripista in Italia nel tentativo di superare i campanili.
Ma in provincia di Grosseto, un’area enorme, distante dai centri decisionali, a bassa densità abitativa, questi sono messaggi difficili da recepire.
La posizione di Marras. «Il Pd toscano sta spingendo forte in questa direzione – commenta Leonardo Marras, consigliere regionale del Pd – la Legge regionale prevede che dal 2016 si possano proporre degli accorpamenti direttamente dal consiglio regionale senza nemmeno sentire i consigli comunali e si potrà chiedere direttamente da Firenze il referendum locale. Questo ovviamente non lo faremo, ma finalizzeremo gli incentivi finanziari solo per le fusioni e daremo una premialità per le risorse europee a chi si fonde. In Provincia di Grosseto non sarà facile, mi rendo conto, perché i nostri sono già Comuni molto vasti come territorio. Si tratta di municipalità tipicamente rurali e su cui meriterebbe ragionare in modo diverso rispetto alle aree fortemente urbanizzate. Lo ripeto spesso a Firenze. In Maremma, sull’Amiata, esistono zone, ambiti diversi che devono avere trattamenti diversi. Ma anche da noi si può fare qualcosa. Il dibattito iniziato dai sindaci Federico Balocchi e Claudio Franci sull’Amiata andrebbe alimentato sperando che non si chiuda troppo presto. Infine faccio una proposta che mi rendo conto è una provocazione: almeno quei Comuni che hanno una storia di autonomia più recente potrebbero ricostituire i vecchi Comuni così come erano fino agli anni Sessanta». Il riferimento è, tra gli altri, a Capalbio, Scarlino, Campagnatico.
Gli amiatini. Ma cosa avevano detto il sindaco di Castel del Piano Franci e quello di Santa Fiora Balocchi? Balocchi aveva parlato di un paio di macrocomuni amiatini, fusioni con pari dignità, senza indicare le realtà coinvolte e rimandando tutto alla decisione dei cittadini e delle istituzioni. Franci era andato oltre accennando a una maxiarea con Castel del Piano, Arcidosso, Seggiano e Roccalbegna e un’altra con Santa Fiora, Castell’Azzara e Semproniano. Insomma aree omogenee per antichi legami, economia e storia. Entrambi i sindaci avevano invece bocciato l’idea di un solo comune formato da sette campanili, come proposto dall’Irpet.
Secondo Franci però l’ipotesi delle fusioni non risolve completamente il problema della gestione di un territorio vastissimo, come appunto l’Amiata o la stessa Maremma: «Con troppa facilità si è parlato di un’Unione che non funziona. Ci sono servizi come il Suap che vanno bene, dove siamo in convenzione anche con Campagnatico. Non solo. Il nostro Suap coordina anche quello delle Colline dell’Albegna; quindi, pur nello scenario di future fusioni, non possiamo buttare a mare il lavoro costruito fin qui nell’ambito dell’Unione».
Luigi Bellumori. Il sindaco di Capalbio è solitamente uno che non le manda a dire. Anche stavolta si smarca rispetto a Parrini, Rossi e Marras. «Noi di certo non ci sottraiamo al confronto – dice – però alcuni paletti vanno messi. Innanzitutto deve trattarsi di fusioni e non di incorporazioni, di annessioni. Bisogna tener conto in questi frangenti della dignità delle comunità, di una effettiva omogeneità sociale, geografica. Altrimenti la fretta di accelerare su questioni così delicate ci farà deragliare. Nel caso del comune di Capalbio, che ha raggiunto l’autonomia nel 1962, non vedo al momento prospettive di fusione. Non sono neppure convinto che i Comuni e i cittadini di Orbetello e Manciano (i nostri confinanti) possano essere interessati a unirsi con noi e, si sa, per comporre una maxiarea bisogna essere minimo in due a volerlo… Infine, aspetto no secondario, credo che sarebbe difficile portare il 50 per cento dei cittadini a votare e poi ottenere una maggioranza di sì…».
Francesco Limatola. «Avviare un ragionamento su unioni, fusioni, funzioni associate, andando oltre i confini a cui siamo tradizionalmente abituati, è inevitabile» ribadisce anche il primo cittadino di Roccastrada.
«Peraltro – prosegue Limatola – preferisco che il dibattito e le scelte maturino sul territorio e non a Firenze. Non vi è dubbio che per mantenere i servizi con risorse sempre più limitate ci sia bisogno di stare insieme, rinunciando a qualcosa per avere qualcos’altro. Roccastrada ha avviato da tempo un percorso con Civitella-Paganico, Campagnatico e Cinigiano».
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