Italia
Operazione Pandora, per sette non c’è prova del reato associativo
Le motivazioni del non luogo a procedere per i “segnalatori”. Violazione del segreto di ufficio, scagionato infermiere
GROSSETO. Perché sette degli imputati dell'operazione Pandora 1 sono stati scagionati dall'ipotesi di associazione per delinquere? E perché altri quattro sono stati completamente prosciolti dall'accusa di corruzione perché il fatto non sussiste? E' tutto scritto nelle sette pagine di motivazioni adesso depositate con le quali il gup Marco Bilisari - che ha comunque disposto il giudizio per i sette per le imputazioni "semplici" - ha tirato una linea netta per stabilire le responsabilità degli imputati nella vicenda delle presunte truffe alle assicurazioni con i falsi incidenti, verosimilmente da far valere anche nelle successive tranche dell'inchiesta: perché - scrive - i "segnalatori" non avevano avuto contezza degli illeciti dell'agenzia Studio Verde; perché il medico di Orbetello non aveva mai mandato clienti al medesimo studio; perché l'infermiere non aveva violato il segreto d'ufficio avendo appreso dell'incidente dalla mamma dell'infortunata.
«Posizione strategica». Il giudice analizza per primo il caso degli infermieri professionali Alessandro Salvini (all'ospedale di Grosseto), Roberto Caoletti e Antonio Sassu (a Orbetello) e di Roberto Lacchini (volontario della Misericordia di Porto Santo Stefano), nonché del carabiniere Antonio Aniello (comando Grosseto) e del poliziotto Luca Ragazzini (posto fisso all'ospedale). Tutti in «posizione strategica». Secondo l'accusa avrebbero segnalato i nomi dei feriti allo Studio Verde o avrebbero consegnato biglietti da visita o volantini promozionali. «Se questa condotta di per sé poteva integrare il reato di corruzione - scrive il giudice - non implica necessariamente che gli stessi fossero consapevoli delle finalità illecite perseguite dallo Studio Verde», che «aveva una parvenza di legalità» come studio di consulenza. I sei possono forse aver preso parte (e non costituito o capeggiato) alle attività illecite dell'associazione, ma «non c'è prova che i cosidetti segnalatori fossero consapevoli degli illeciti perpetrati dall'agenzia». E «non risulta che i medesimi fossero stati indottrinati dai componenti dell'associazione» o che abbiano prospettato la possibilità di lucrare periodi più lunghi indicando quella precisa agenzia. Per Aniello, la stessa informativa della polizia stradale segnala che «non erano mai state intercettate conversazioni in cui il medesimo forniva indicazioni su incidenti stradali», dopo un primo contatto in cui Stefano Rossi, titolare dello Studio Verde, propone una collaborazione «del tutto lecita»; per Ragazzini non ci sono intercettazioni che lo riguardano ma solo una dichiarazione del coindagato Gabriele Valassina che ha già chiuso le sue pendenze. Ci sono alcuni contatti telefonici tra Rossi e gli altri segnalatori ma il gup è del parere che non è ricavabile alcuna consapevolezza degli scopi illeciti e che il dibattimento non porterebbe novità: dunque, non luogo a procedere perché il fatto (l'associazione per delinquere) non costituisce reato.
«Estraneo all’associazione». Non doversi procedere per non aver commesso il fatto, invece, la formula per Angelo Aristodemo Cavero, medico all'ospedale di Orbetello; anche lui sospettato di aver capeggiato o organizzato l'associazione. C'è una contraddizione, rileva Bilisari, tra l'epoca di costituzione della società (epoca prossima al dicembre 2008) e la telefonata tra Rossi e la moglie Simona Bonsanti del maggio 2009 in cui la donna sostiene che «Cavero avrebbe abboccato», intendendo l'adesione agli scopi dell'associazione che sarebbe però già stata costituita. Se è vero, come dice Paolo Palumbo nell'interrogatorio e come conferma Valassina, che lo studio era stato costituito nel luglio 2008, e che Cavero avrebbe iniziato a collaborare dopo l'allontanamento di Palumbo nell'aprile 2009; se è vero che Cavero, avvicinato da Palumbo nell'ottobre 2008, non aveva mai inviato clienti (contestato solo il prolungamento fittizio della malattia di due persone ferite e mai da lui visitate); dunque il medico non può essere annoverato tra i protagonisti. Ed è difficile, essendo indagato anche in procedimenti che coinvolgono altre agenzie concorrenti, che possa aver partecipato all'associazione per Studio Verde.
«Segreto non violato». Infine il caso di corruzione per Stefano Rossi, Paolo Palumbo, Simona Bonsanti e Antonio Sassu. Qui tutto ruotava su un incidente avvenuto a Poggibonsi. Era rimasta ferita una ragazza che tuttavia non era mai passata all'ospedale di Orbetello, luogo di lavoro di Sassu. L'attenzione della Procura si era accesa dopo l'intercettazione tra Rossi e Bonsanti in cui quest'ultima, che aveva ricevuto il mandato dalla ragazza, faceva capire che si trattava di un incidente segnalato da Sassu. Ma quando l'infermiere fu interrogato spiegò che l'aveva saputo dalla madre della ragazza, sua collega di lavoro. «E' credibile - argomenta il giudice - che avesse appreso la notizia al di fuori dei propri specifici compiti di servizio e che dunque non vi fu alcuna violazione del segreto di ufficio». Il fatto non sussiste per tutti e quattro.
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