Il Tirreno

Grosseto

Incatenati e a digiuno per sapere la verità sulla morte di Ramona

di Michele Nannini
Incatenati e a digiuno per sapere la verità sulla morte di Ramona

I familiari delle ventisettenne non credono al suicidio Presto un sit in di protesta davanti alla Procura di Pisa

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FOLLONICA. Non sono bastati 90 giorni per capire come mai Ramona Cortese, la ragazza follonichese di 27 anni, è morta nel carcere Don Bosco di Pisa il 14 agosto scorso. Suicidio, dicono gli inquirenti. Ipotesi alla quale la famiglia non ha mai creduto fin dall'inizio.

Nei giorni scorsi la richiesta di ulteriori 30 giorni per completare esami ed indagini ha spinto la mamma, la sorella e gli amici della giovane a urlare ancora una volta il proprio sdegno, per smuovere le coscienze ed ottenere la verità su quella morte ancora coperta da troppi dubbi. Sotto al lenzuolo bianco che chiede giustizia per Ramona, appeso fuori dall'abitazione di via Roma, si sono incatenati ieri pomeriggio la mamma Manola Angiolini, la sorella Consuelo e uno degli amici più cari, Nicola Venturi. Perché questi ulteriori 30 giorni in più proprio non li capiscono. «Non sono bastati tre mesi di indagini – spiega la madre – adesso servono altri 30 giorni, poi chissà ancora quanti. Ormai Ramona non c'è più ma noi non ci vogliamo fermare. Nei prossimi giorni chiederemo il permesso alla questura per organizzare una manifestazione nella quale torneremo a gridare le nostre richieste, magari la faremo davanti alla Procura di Pisa. Vogliamo che la gente sappia che in 3 mesi non ci hanno ancora detto che cosa sia successo davvero ma noi la nostra idea ce l'abbiamo: Ramona è stata uccisa. Non si sa perché e non si sa da chi ma troppe cose non tornano».

Sul cellulare della mamma ci sono tutti i carteggi che la polizia penitenziaria ha prodotto subito dopo il ritrovamento del cadavere. Nove pagine in cui sono troppe le discrepanze. «Le dichiarazioni sono discordanti – continua Consuelo Cortese – in un rigo si afferma che Ramona era legata con un lenzuolo e in quello dopo si parla di un brandello. E poi la porta della cella aperta, l'unica di tutto il gruppo in cui era Ramona; i pochissimi minuti in cui sarebbe avvenuto il suicidio; i segni sul corpo che non sono compatibili con la ricostruzione che ci hanno fornito all'inizio; il fatto che l'abbiamo potuta vedere solo quattro giorni dopo. Ramona era tranquilla, voleva a tutti i costi il processo per ottenere giustizia dopo la denuncia per stalking che l'aveva mandata in carcere. Era forte, combattiva, figuriamoci se pensava al suicidio».

Un'idea se la sono fatta, i familiari. «L'hanno ammazzata di botte e riempita di psicofarmaci - dicono scuotendo la testa – perché sia successo tutto questo è per noi un mistero. Ma se gli inquirenti sono sicuri della loro ricostruzione perché chiedere altri 30 giorni di tempo? C'è altro dietro e noi vogliamo che emerga».

Nei giorni scorsi l'onorevole Roberto Giachetti del gruppo Pd ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia Andrea Orlando per sapere se sia a conoscenza dell'indagine e di tutte le discrepanze emerse fin dalle prime ore dopo il ritrovamento del corpo. «Vogliamo risposte – conclude Nicola Venturi – per questo ci siamo incatenati e per questo continueremo a combattere, perché Ramona non si è impiccata e noi vogliamo che la verità venga fuori».

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