Il presidio
Caporalato, bollino sui prodotti in regola
Sel annuncia da Grosseto una proposta di legge per contrastare lo sfruttamento della manodopera nelle campagne
GROSSETO. Passando di fronte alle aree di servizio nella zona di Grosseto sud, nelle prime ore del mattino, da qualche settimana non si vede più la folla dei lavoratori pronti a salire su un furgone per finire in chissà quale campo. Ma questo non significa che il problema sia risolto, anzi.
«I pochi controlli non hanno debellato questo fenomeno criminale, lo hanno semmai modificato. Il reclutamento dei braccianti in piena notte avviene ancora ma in forme diverse, non più in un unico luogo, ma in vari punti della città» dice la deputata Sel, Marisa Nicchi, che coglie l’occasione per lanciare il suo appello allo Stato e a qualsiasi realtà coinvolta nel fenomeno: «Grosseto non sia la stazione dei caporali».
Ed è proprio su questo principio che la deputata vendoliana, insieme al senatore del suo stesso partito, Dario Stefano, ha presentato una proposta di legge per combattere in modo deciso il caporalato.
Una proposta, condivisa da Sinistra Italiana, Prc e Possibile, scandita in diversi punti, ma che può essere riassunta in tre punti: inasprimento delle pene e maggiore sorveglianza, incentivi per le aziende che non si piegano a questo sistema lavorativo, un bollino di riconoscimento per quei prodotti frutto di un lavoro onesto.
L’iniziativa dei parlamentari Sel nasce da qui, da un territorio dove il tessuto economico è fatto in buona parte di agricoltura. Nasce da due terre lontane ma simili, come la Maremma e la Puglia, tristemente unite nella lotta contro il caporalato.
«È un fenomeno in continuo mutamento, che non ha trovato cali in questo momento di crisi ma anzi, ha allargato i suoi orizzonti – dice Dario Stefano – Oggi infatti non è più legato solo all’agricoltura ma tocca altri settori, come l’edilizia, il manifatturiero, l’autotrasporto».
Da qui, dalle due terre lontane ma simili e dai loro esponenti vendoliani, nasce la proposta di legge, che segue un provvedimento annunciato da Palazzo Chigi, ancora fermo al vaglio delle commissioni romane.
«Questo ci fa ben sperare – continua Stefano – Speriamo che entro la prossima primavera la legge sia già in vigore». Ma come si combatte il caporalato? Come fermare lo sfruttamento di decine di lavoratori pagati a pochi spicci? «Per sconfiggere il caporalato – dice Marco Sabatini, coordinatore grossetano di Sel – accanto ad un sistema di misure che puniscano quelle imprese che si rendono complici dello sfruttamento illecito della manodopera, occorre prevedere un sistema premiale per valorizzare le imprese innovative, sane, strutturate, che intendono operare sul terreno nel pieno rispetto delle regole».
È un’estrema sintesi dei punti inseriti nella bozza di legge. Introduzione di uno specifico bollino “capofree” per le produzioni agricole libere dal caporalato, incentivi agli imprenditori che regolarizzino i rapporti di lavoro, forme di salvaguardia per i lavoratori migranti privi di permesso di soggiorno che fanno emergere, con la propria denuncia, forme di sfruttamento della manodopera e maggiori controlli.
E su quest’ultimo punto vale la pena soffermarsi, perché questi controlli invocati da Sel devono riguardare sì le agenzie interinali, quelle cioè che smistano i lavoratori alle aziende agricole («dove si nasconde un’organizzazione affatto legittima» dice Stefano), ma devono riguardare anche le aziende stesse.
«Chiediamo controlli anche tra quantità e qualità – dicono gli esponenti Sel – Se un’azienda produce x quintali di pomodoro, deve dimostrare la quantità di lavoro impiegato per raccoglierli. Troppo facile dire che questi sono controlli che spettano alle agenzie».
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