Il presidio
«Costretta a cambiare le abitudini di vita»
Assalita per strada da una straniera che la credeva rivale in amore, parlano anche i testimoni
GROSSETO. Lei, l'imputata, si era convinta che il suo ex fidanzato si fosse messo con un'altra donna e l'aveva aggredita. L'altra, la vittima, non solo era finita all'ospedale ma - come ha detto lei stessa al giudice Marco Mezzaluna - ha puntualizzato che con quell'uomo c'erano e ci sono solo e soltanto rapporti di amicizia, una conoscenza vecchissima rinsaldata dalle frequentazioni derivanti dai figli. Fu una mattina movimentata quella del 14 giugno 2014, in via Canova. Perché l'imputata - una centroamericana di 40 anni - aveva fermato quella che credeva essere la rivale - una grossetana di 55 anni - e l'aveva colpita con calci e pugni. Tanto che erano arrivati i carabinieri: e uno dei componenti della pattuglia aveva visto l'imputata che, una volta separate le donne, mentre erano in corso le fasi di identificazione, aveva sferrato un calcio all'altra.
Quella di lesioni è comunque solo una delle due imputazioni contestate alla straniera: l'altra è stalking. Perché la donna, nonostante l'ammonimento del questore del luglio successivo, avrebbe continuato a molestare la presunta rivale con telefonate e sms ma anche pedinandola. Nel febbraio 2011 le prime avvisaglie. L'imputata era entrata come una furia nel bar dove erano seduti il suo ex fidanzato e la vittima e aveva aggredito quest'ultima prima dandole della poco di buono e poi picchiandola, fino a che l'uomo non si era frapposto. L'uomo, un conosciuto professionista grossetano, ha spiegato al giudice di aver avuto una relazione con la straniera, terminata qualche mese prima: lei non si sarebbe rassegnata e lui se l'era vista spesso all'uscita dal lavoro e da casa. Dopo l'episodio del bar, anche l'uomo si era rivolto alle forze dell'ordine per evitare che la "persecuzione" nei suoi confronti si estendesse alle persone da lui conosciute.
La vita della donna era comunque cambiata dall'episodio del bar: «Avevo paura ogni volta che vedevo una persona di colore - ha detto riferendosi alla carnagione dell'imputata, rispondendo alle domande del pm onorario Pamela Di Vincenzo e dell'avvocato di parte civile Simona Brizzi - Mi facevo accompagnare al lavoro e anche all'uscita qualcuno mi veniva a prendere». Poi ha ricostruito l'aggressione di via Canova e le conseguenze: i 32 giorni di guarigione, la difficoltà nel condurre una vita normale, i rapporti guastati con il marito fino alla separazione in corso. «Ma sì, io quell'uomo lo frequentavo per amicizia: ci conosciamo da sempre. Siamo anche andati al mare. Anzi, una volta a Principina avemmo l'impressione che qualcuno ci fotografasse. Mio marito mi disse poi che "un amico" gli aveva detto che avevo una relazione. E questo dette un bel colpo alla nostra crisi». Anche l'imputata, ha aggiunto il suo avvocato Adriano Galli, aveva riportato conseguenze dalla lite in strada: 5 giorni. Altri testimoni a febbraio. Poi la sentenza. (p.s.)
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