Il presidio
«Non si era risparmiato mai nella sua vita»
Don Franco racconta il professor Guglielmo durante il funerale celebrato al cimitero Misericordia
GROSSETO. Al cimitero della Misericordia c’è qualcosa che non va. Manca la chiave, non è possibile prendere il calice per celebrare la Messa. Don Franco Cencioni la manda a prendere, il funerale slitta di una ventina di minuti.
Piccolo inconveniente per l’ultimo saluto a Guglielmo Francini, morto nella notte tra venerdì e sabato e onorato dalla visita di tantissimi grossetani nella camera ardente. Piccolo inconveniente che il sacerdote non giudica comunque inutile: «Ci ha permesso di onorarlo in questi minuti in modo ancora migliore», dice rivolgendosi ai circa cento presenti nella cappella: i familiari, gli amici, anche quelli del Rotary, forse anche qualcuno che di Francini è stato paziente. Il feretro del professore è lì, al centro, coperto da una corona di fiori e dal cappello da alpino, memoria del suo servizio da tenente medico nella Julia. A fianco dell’altare dieci penne nere e il gonfalone del Nastro Azzurro rimarcano il suo passato da militare. San Paolo, poi Matteo: «ero malato e mi avete curato». Parabola appropriata per chi aveva fatto della cura del prossimo la propria missione. «Non vi racconto la storia di Francini - premette don Franco - La conoscete tutti. Lui era della categoria di medici che non hanno risparmiato né giorno né notte della propria vita, che non ha mai visto il malato come un numero».
Il professore aveva fatto tanto per la città: «Aveva dotato la città di una struttura non commerciale - dice il sacerdote riferendosi alla clinica di via don Minzoni - ma che era in corsa per dare uno stimolo perché fosse fatto sempre più e sempre meglio». A don Franco piace ricordare che Guglielmo aveva «le molle, quelle molle che Dio dà a tanti e che servono a camminare, a balzare», intenendo parlare delle sue qualità professionali e umane. Parla anche della sua fede: «Dio ne ha tenuto conto: a Francini non è venuta meno nemmeno quando la sorte, chiamiamola così, ha dato i suoi colpi - dice riferendosi evidentemente ai lutti che hanno rattristato la sua esistenza - Ma lui li ha sempre chiamati disegno provvidenziale». E se c’è un «esame finale» per essere ammessi alla grazia di Dio, ebbene don Franco è sicuro: «Lui l’ha già abbondantemente superato». E ricorda degli ultimi tempi di Francini, quelli in cui era costretto a spostarsi in carrozzella, con la quale comunque veniva a ricever e l’eucarestia in Cattedrale. In tanti annuiscono della cappella quando don Franco ricorda la «riservatezza esemplare» del professore. E chiude: «Ci accompagni la gratitudine per tutto ciò che ci lascia in eredità». Poi la sepoltura nella cappella di famiglia.
Pierluigi Sposato
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