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«Francini padre e figlio portarono in città umanità e progresso»
Nel 1940 Metello aveva rifiutato di prendere la tessera e si trovò radiato dall’ospedale, come un sovversivo
di IVO FAENZI*
La scomparsa del prof. Guglielmo Francini, avvenuta in questi giorni, all'età di 101 anni, come gli esempi dati dalla sua famiglia, la dovremmo onorare anche per ciò che lui e suo padre hanno rappresentato e hanno fatto a favore dei grossetani e della nostra città a cominciare dagli anni più bui del fascismo e della guerra.
E' stata una famiglia di medici impegnati che ha seguito per decenni la vita e la storia di Grosseto già dagli anni bui della dittatura fascista e dal periodo bellico quando, la nostra città, era ancora un paesone isolato, difficile persino da raggiungere: la "Kansas City" la soprannominò Luciano Bianciardi, a significare che eravamo un territorio diverso difficile e sperduto in un "angolo" dell'Italia e della Toscana sconosciuto ai più.
Nell'aprile 1940 il vecchio professor Francini, Metello, padre di Guglielmo, era il chirurgo ortopedico primario nel piccolo e malandato ospedale cittadino di via Ginori. A pochi giorni dell'entrata in guerra anche dell'Italia (quando la Germania hitleriana aveva già occupato la Polonia), al professor Francini fu posto l'aut-aut. Gli fu detto che la condizione per poter continuare a fare il primario e a lavorare in ospedale era che lui prendesse la tessera del fascio e giurasse fedeltà al regime, ora che la Patria sarebbe andata in guerra. Ma lui da libero cittadino rifiuto e si trovò radiato dall'ospedale. Fu cacciato malamente, con l'accusa di essere un sovversivo e una quinta colonna. Non era un politico. Non aveva rapporti con i socialisti e i comunisti: i più decisi oppositori del regime. Francini era uno spirito libero e professava idee liberali da borghese e libero cittadino, ma fu colpito ugualmente.
A pagarne le conseguenze furono i ricoverati, fra i quali ci ero anch'io: ragazzo di otto anni ospedalizzato a causa di una sbucciatura ad un ginocchio che si era infettata e che era difficile da curare perché l'Italia si era isolata dal novero delle società civili e più avanzate, era in autarchia, stava entrando in guerra a fianco della Germania nazista e contro tutte le altre nazioni e perciò non era più possibile importare dagli Usa il nuovo farmaco "miracoloso" contro le infezioni: la penicillina. A complicare la mia vita e quella degli altri ricoverati vi fu proprio anche il licenziamento del primario di ortopedia: l'unico capace di intervenire con altri farmaci e altre soluzioni alternative. Il professor Francini venne infatti sostituito con un primario medico condotto e gerarca fascista, privo di esperienza e di professione nel ramo ortopedico. Quel medico fece solo disastri. Appena liberata la città dall'esercito americano, che avanzava da Sud, alcune centinaia di donne, madri e sorelle dei ricoverati, rovinati dal medico gerarca fascista, che non sapeva niente e con capiva nulla di ortopedia, occuparono l'ospedale con il chiaro intento di fargli la "felpa". Perciò fu costretto ad abbandonare la città.
Anche se privato del suo lavoro, vigilato nei suoi movimenti, con il divieto di rimettere piede in ospedale, il contributo alla salute dei cittadini del vecchio professor Francini non venne mai meno. A me, grazie anche all'iniziativa di alcuni antifascisti, di un portiere e un portantino dell'ospedale, quando ormai ero stato definitivamente rovinato, con l'infezione che si era "divorata" la testa del femore e mi aveva ridotto la gamba sinistra più corta di sette-otto centimetri venne a visitarmi, a rischiò di imbattersi in una pattuglia della polizia fascista alle 2-3 di notte. Ricordo che mi visitò in una stanza attigua a quella mortuaria: unico modo per entrare nel nosocomio di via Ginori, in modo nascosto. Fu lui ha prendere in mano la situazione. Dopo essersi messo le mani nei capelli, per come ero stato rovinato, contattò un suo collega di studi che era primario in un ospedale della Versilia e mi fece nuovamente operare almeno per trovare il modo di riappoggiare il moncone del femore, privo di testa, nell'acetabolo, anch'esso rovinato dall'infezione. Per me fu una tragedia perché ad otto anni mi trovai sballottato da un ospedale all'altro per quasi tutti gli anni di guerra: ma almeno ripresi a poter camminare pur zoppicando vistosamente.
Ora questo il vecchio professor Francini lo fece per molti. Licenziato dall'ospedale e braccato dal regime aprì comunque una prima piccola clinica in una villetta, credo presa in affitto. Così divenne un punto di riferimento. In certo modo creò un presidio sanitario alternativo al vecchio e malandato ospedale di via Ginori per poi, terminata la guerra, costruire la clinica di via Don Minzoni, che il figlio ha gestito fino a pochi anni fa con altrettanto impegno e abnegazione.
Ricordare ciò che fecero i Francini, padre e figlio, mi sembra doveroso e importante. Non si tratta solo di onorare due grossetani. Oggi peraltro è cambiato tutto e alcuni loro gesti possono apparire di minore importanza rispetto al ruolo e alla funzione che ebbero. Oggi abbiamo un moderno ospedale, una società avanzata, per quante difficoltà e problemi abbia, abbiamo strade e mezzi di collegamento con l'insieme del sistema sanitario toscano e italiano. Ma la storia si costruisce anche grazie al fatto che vi sono persone come i Francini, che lasciano tracce e indicano comportamenti e percorsi di umanità, di civiltà e di progresso. A me piacerebbe che l'amministrazione comunale rivalutasse quei gesti, quelle funzioni e quelle memorie e le indicasse alla cultura e alla storia delle future generazioni di Grosseto e della Maremma.
. *già parlamentare
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