«No all’archiviazione, i fatti sono chiari»
I legali dei familiari delle vittime si oppongono alle conclusioni del pm. «Anche le seconde indagini confermano le nostre tesi»
GROSSETO. Ma come? L’esperto nominato dal pm indica che c’era la necessità di eseguire interventi dopo l’alluvione del 2010 e la Procura non considera questa valutazione?
Si dicono meravigliati gli avvocati Laura Pacenti e Paolo Serra, che tutelano rispettivamente la vedova e i figli di Maurizio Stella, e il figlio di Paolo Bardelloni, Riccardo (con loro anche l’avvocato Luciano Serra, per la signora Lore Grandi, vedova di Bardelloni), presente anche Francesca Stella, avvocato anch’essa, cugina di Maurizio. Si dicono meravigliati che il sostituto procuratore Alessandro Leopizzi abbia di nuovo chiesto l’archiviazione del procedimento penale per la voragine che si era aperta il 12 novembre 2012 a una delle estremità del ponte sull’Albegna a Marsiliana, lungo la strada provinciale 94 di Sant’Andrea, dentro la quale precipitò la Punto dei tre funzionari Enel (con loro anche Antonella Vanni). E hanno proposto di nuovo opposizione, fiduciosi che il gip Marco Bilisari accolga nuovamente le loro osservazioni, questa volta decidendo però per l’apertura di un processo con un’imputazione coatta.
«Anche le seconde indagini - osserva Pacenti - confermano le nostre prime conclusioni. Eppure c’è un’altra richiesta di archiviazione», dopo la prima risalente giusto a un anno fa. Il consulente del pm è ancora il professor Enrico Larcan: «Aprire delle luci o comunque rivestire l’alveo, come sostiene l’esperto, era una necessità manifestata anche dai nostri consulenti, Becchi, Loreto e Di Vita, quest’ultimo ctp in un procedimento civile», dicono i legali. Interviene Francesca Stella: «E’ talmente evidente e comprensibile a tutti ciò che è scritto nella relazione di Larcan che non ci può che essere una sola strada da percorrere: un senso di giustizia deve essere dato, una spiegazione va data ai figli, ai familiari».
Il gip, nel novembre corso, nel riaprire le indagini impose l’iscrizione nel registro degli indagati - ipotesi di omicidio colposo plurimo - del geometra Umberto Tozzini, per la viabilità della Provincia, e del geometra Gian Paolo Conti, dipendente di Costrade per il consorzio che aveva in appalto la manutenzione delle strade della zona sud della provincia. La Procura non ravvisa alcuna responsabilità nei loro confronti: l’evento fu eccezione, le comunicazioni non furono carenti, la segnaletica c’era, sono in sintesi le conclusioni.
Le parti offese non ci stanno. Vogliono sapere perché il ponte non venne chiuso efficacemente; perché né i Comuni né le forze di polizia sapevano che doveva essere chiuso, al punto che alle 21.45 (la voragine si aprì alle 22) ci passarono i carabinieri; perché sul sito web della Provincia la chiusura venne segnalata alle 10,20 di quel 12 novembre ma non più alle 12.45; perché le vittime chiamando il 113 tredici minuti prima dell’incidente si erano sentite dire che non c’erano strade chiuse; vogliono sapere chi aveva la delega per la chiusura delle strade, in ossequio alle disposizioni sulla mappatura impartite alle 14 dal prefetto; e chi c’era sopra a Tozzini e se queste figure avevano una responsabilità; vogliono sapere se fu redatta un’ordinanza di chiusura della sp 94; vogliono sapere i nomi dell’organigramma “vuoto” della sala operativa; vogliono sapere di chi sono le competenze; vogliono sapere chi doveva dare informazioni. Nel loro atto i legali avanzano anche i nomi, arrivano anche ai vertici. Vogliono sapere se ci sono state deleghe. «Chi ha omesso di fornire le informazioni necessarie per la tutela dell’incolumità pubblica?».
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