Il Tirreno

Grosseto

In carcere la gang delle auto riciclate

di Enrico Pizzi
Gli arrestati. In alto da sinistra: Giuseppe Alfano, Rino Cacace, Stefano Ludovico. In basso da sinistra:  Giovanni Mereu, Salvatore Callipari, Salvatore Diaco (foto della Polizia di Stato)
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Gli arrestati. In alto da sinistra: Giuseppe Alfano, Rino Cacace, Stefano Ludovico. In basso da sinistra: Giovanni Mereu, Salvatore Callipari, Salvatore Diaco (foto della Polizia di Stato)

Gavorrano, sette ordinanze di custodia cautelare per la banda dei demolitori, domiciliari solo per la giovane contabile

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GAVORRANO. Riciclavano auto rubate demolendole e cannibalizzandone i pezzi: in sette – sei uomini e una donna – sono stati arrestati dagli uomini della polizia stradale: sono accusati di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e alla distruzione di documenti di circolazione e targhe. Altri tre, invece, sono gli indagati. Si è conclusa con l'esecuzione di sette ordinanze di custodia cautelare, di cui sei in carcere e una agli arresti domiciliari, l'operazione denominata Recycling che ha visto impegnato il nucleo di polizia giudiziaria della sezione della Polizia stradale di Grosseto.

Tanti soldi. «In pochi mesi – ha detto il comandante della Polstrada di Grosseto, Nicola Manzari – abbiamo ridotto a zero la capacità operativa di una organizzazione che aveva messo in piedi un'attività piuttosto redditizia». Stando alla ricostruzione degli inquirenti, l'organizzazione aveva praticando una sorta di delocalizzazione dopo aver operato, anni fa, in Lombardia, fino a quando un'inchiesta non aveva posto fine all'attività.

La vicenda. All'inizio del 2014 avevano pensato di spostare in Maremma, in un'azienda di autodemolizioni nel Comune di Gavorrano, la F&M, il cervello dell'organizzazione e di riprendere l'attività, ma senza dare troppo nell'occhio: le auto che venivano demolite su commissione non venivano rubate in loco, ma provenivano dalla Lombardia dove continuava a operare la manovalanza del gruppo. Le indagini della Polstrada erano iniziate, nel dicembre del 2014, da un controllo amministrativo, nato dalla segnalazione di un cittadino straniero, ex dipendente dell'impresa di autodemolizioni, che aveva raccontato di essersi trovato di fronte a veicoli praticamente nuovi che venivano completamente cannibalizzati. I controlli della Polstrada, effettuati anche tramite intercettazioni ambientali e telecamere, avevano confermato il racconto dell'uomo e i primi due arresti erano stati effettuati, in flagranza di reato, il 14 febbraio scorso.

In manette. In manette erano finiti Stefano Ludovico, 49 anni, origini milanesi, ma domiciliato a Follonica e Salvatore Diaco, 46 anni, nato a Crotone, ma residente a Milano. Poi le indagini erano andate avanti fino a ricostruire la più complessa organizzazione che, secondo gli inquirenti, vedeva Ludovico e Diaco al vertice e, alle loro “dipendenze” altri quattro: Giuseppe Alfano, 46 anni, Salvatore Callipari, 47 anni, Rino Cacace, 42 anni e Giovanni Mereu, 44 anni, tutti finiti in carcere.

La manovalanza. Di volta in volta toccava a loro reperire le auto i cui pezzi erano richiesti, prelevarle utilizzando una sorta di passepartout e fare in modo che arrivassero nelle vicinanze dell'impianto di autodemolizioni. Il sabato pomeriggio, quando l'impianto era chiuso al pubblico, le auto entravano, intere, in azienda, e non ne uscivano più, se non a pezzi. Per Ludovico e Diaco, che nel frattempo erano stati messi ai domiciliari, si sono riaperte le porte del carcere: nel corso dell'interrogatorio di garanzia si sono avvalsi della facoltà di non rispondere e il difensore del Ludovico, l'avvocato Francesca Carnicelli, ha chiesto il ripristino degli arresti domiciliari dal momento che si tratta di reati ormai noti e che il suo assistito è comunque monitorato. Un'ordinanza di custodia cautelare, agli arresti domiciliari, ha raggiunto, poi quella che sarebbe, stando alle indagini, la contabile dell'organizzazione: Federica Ludovico, 25 anni, figlia di uno dei capi. Per lei l'avvocato Carnicelli ha chiesto la revoca della misura. Nell'operazione sono coinvolti, come indagati, anche due operai che saltuariamente avevano dato una mano a smontare le auto, e un uomo che si era appoggiati all'organizzazione per simulare il furto del proprio furgone e intascare l'assicurazione.

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