Predatori all’assalto di capre rarissime
Vittima dell’aggressione un esemplare della razza di Montecristo in un’azienda di Seggiano
SEGGIANO. Il lupo – o l’ibrido, non si sa – arriva anche all’azienda di Seggiano, il Felcetone. Sventra una capra di Montecristo, battezzata dalle proprietarie Gelsomina, di razza pregiatissima e in via di estinzione, e lascia sgomente e infuriate le due donne.
«Si cerca di salvare le razze autoctone e rare – si sfoga Giovanna De Cola, che con Maria Antonietta De Vitiis guida questa splendida e particolarissima azienda – ed ecco qui. Stamattina ho trovato la capra sventrata. Era nel recinto vicino ai cavalli ed è andata bene perché poteva succedere di tutto. Ora in Regione mi sentiranno. Zitta non ci sto. Qui bisogna decidere se interessano di più le razze autoctone e pregiate come quelle che alleviamo noi oppure se si vogliono salvare gli ibridi. L’azienda del Felcetone ospita un gruppo di caprini particolari, l’antica razza della capra di Montecristo iscritta nel repertorio regionale toscano. Perché l’impegno dell’azienda è volto esclusivamente al recupero del genoma animale e vegetale a rischio di estinzione e i suoi prodotti sono ottenuti seguendo antichi sistemi di lavorazione nel rispetto della sua storia».
«E non è solo la capra – prosegue Giovanna – che esiste da settemila anni e che dopo che è stato smantellato Montecristo esiste solo qui da noi e in un’altra piccola azienda di Arcidosso. Alleviamo anche il suino nero, frutto di anni di ricerca, studio e fatica campagnola, splendido e storico animale che, non sopportando la vita in allevamento, ma solo allo stato semibrado, era ormai in via di estinzione. Al Falcetone è stato salvato e adesso, con la capra di Montecristo, è al centro dell’interesse dell’azienda che addirittura per macellarlo usa un mattatoio mobile, in modo che il suino non si accorga di andare al macello».
L’azienda di De Cola e di De Vitiis, dopo essersi trasferita dalla provincia di Roma, inizia la sua attività in Toscana nel 2005 grazie all’entusiasmo e l’esperienza delle due proprietarie che a Seggiano proseguono il lavoro sulla biodiversità animale e sull’agricoltura biologica iniziato già dagli anni Settanta nel Lazio con il recupero di varie razze a rischio di estinzione.
Nel 2006 è diventata sottocentro Focal point di Fao Italia per la biodiversità con l’allevamento dell’antico cavallo maremmano, dell’asino amiatino, della capra di Montecristo e del suino nero “Macchiaiola maremmana”. Dal 2011 è centro pilota per la conservazione del germoplasma animale autoctono in provincia di Grosseto nell’ambito del progetto europeo Vagal collaborando anche con l’università di Firenze.
«Tutto questo – spiega Giovanna De Cola – dà molte soddisfazioni ma anche tanto impegno e fatica. Io stesso curo tutta la parte zootecnica, abbiamo progetti in corso come l’utilizzo della lana da impiegare in certi modi particolari e stavo pensando in questi giorni di allevare un tipo di persone vissana speciale. Invece nulla. Perché se noi si fatica e il lupo lo dobbiamo accudire con le nostre capre, io non ci sto. Sono anche un membro dell’Arsial e mi sentiranno dappertutto. La biodiversità comprende tutto ciò che appartiene ad un dato ambiente partendo dalle specie vegetali e animali e finendo alla cultura e alle tradizioni. La biodiversità è l’opera di salvaguardia dell’espressione di un ambiente nella sua totalità e l’ibrido dentro questa totalità non c’entra niente».
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