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L'esperto: la follia "a due" e l'indifferenza che ha prevalso
Gian Ugo Berti, neurochirurgo, interviene sul caso della madre e dei figli chiusi in casa a Grosseto per 30 anni
La “follia a due” rientra nei disturbi psicotici condivisi ed è inserita nelle idee deliranti indotte. A due o più elementi, la psicosi appare chiaramente predisposta e determinata da una causa comune. In altre situazioni, l’elemento psicotico dominante porta sulle proprie posizioni deliranti i soggetti come i figli, fragili o per giovane età, comunque predisposti.
Le persone indotte a condizione di follia sono effettivamente dipendenti dalla persona psicotica dominante. I fattori comuni sono le relazioni stabili e di lunga durata fra le persone coinvolte. Relazioni ambivalenti (amore, odio) e di dipendenza (madre, figli adolescenti). Spesso, specie da parte dei figli, assumere i sintomi non è solo sottomissione, ma una modalità patologica d’entrare in empatia affettiva e di comunicazione con l’altro. Siccome le follie condivise hanno manifestazioni eclatanti, come i ritiri sociale e scolastico, la meraviglia riguarda come i servizi sociali, preposti alla loro vigilanza, controllo e tutela, non siano intervenuti adeguatamente e con programmi terapeutici e sociali.
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Come in altri casi simili, qui è dominante l’aspetto paranoide, la paura dell’esterno, come veicolo d’attacco alla famiglia od al gruppo malato. Tale condizione fa percepire al soggetto come pericoloso l’elemento esterno e può portare a due tipi di reazione: o l’attacco aggressivo verso l’esterno oppure il ritiro a questa minaccia, vissuta come devastante. Il gruppo che condivide la follia si chiude in una monade autoreferenziale.
Col passare del tempo si destrutturano le regole e i comportamenti, tipici del vissuto sociale come pulizia e ordine, la relazione positiva con sé stessi e con l’ambiente in cui si viva. In questo casi, non solo hanno mancato le Istituzioni. Ci si meraviglia del non intervento di chi sapeva, visto poi il ricovero a breve termine. Così la famiglia ha recuperato alcune condizioni psicologiche migliori. Un intervento tempestivo e operativo, legato all’affettività o alla professionalità delle istituzioni predisposte avrebbe consentito di creare accettabili condizioni di vita. Ha, invece, prevalso l’indifferenza e la peggiore delle solitudini, quella di essere soli, ignorati e malati, vivendo comunque sempre in mezzo agli altri.
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