L’amore possibile ai tempi delle nozze gay
La storia di Stefano Bucci e Giuseppe Chigiotti diventa un romanzo: parole che sono un inno alla speranza
GROSSETO. «Mi chiamo Stefano, nella vita faccio il giornalista e il 6 dicembre del 2012 mi sono sposato a New York dopo venticinque anni di felice convivenza. Detta (o meglio scritta) così la mia sembra davvero una storia normale, uguale a quella di tanti altri innamorati più o meno coniugati. Ma, almeno in Italia e almeno per ora, la mia non può essere ancora una storia normale: perché il mio coniuge si chiama Giuseppe, nella vita fa l’architetto ed è un uomo». Comincia così “I veri amori sono diversi”, il libro edito da Marsilio e scritto dal giornalista del Corriere della Sera Stefano Bucci che nel dicembre del 2012 si è sposato a New York con l’architetto Giuseppe Chigiotti.
Comincia con queste parole e con il racconto di quello che la coppia ha dovuto e sta ancora affrontando, tra sentenze e registrazioni ordinate e poi cancellate, per vedere finalmente riconosciuti i propri diritti. Ma il romanzo di Stefano Bucci non è il racconto di una vicenda che dallo scambio degli anelli ha portato la coppia nelle aule di tribunale.
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È la storia di un amore diverso da tutti gli altri amori ma che diventa possibile. Un inno alla vita, alla speranza che diventa forza e che spezza tutto quello che resta sullo sfondo di questa storia: la Firenze borghese intrisa di pregiudizi, di battute fatte a mezza voce, di uomini amanti che si susseguono fino a quando Stefano non incontra Giuseppe e la sua vita cambia: da uomo solo, a uomo in coppia con tutte le difficoltà dell’essere due. Due maschi, due femmine, un maschio e una femmina. Non importa. Perché se anche nelle pagine de “I veri amori sono diversi” loro si chiamano Stefano e Giuseppe e le loro difficoltà sono quelle di una coppia che condivide un armadio pieno di giacche e cravatte, quel che si legge in queste pagine potrebbe essere la metafora della vita di tutti quelli che, cresciuti in famiglie borghesi, con lo studio avviato da portare avanti, con i cliché da seguire per restar bene agli occhi degli altri, per lasciare in eredità il cognome, a un certo punto sentono che la loro strada non è quella. Ci vuole forza, per smettere di seguire quelle orme tracciate, dove i piedi si muovono sicuri e dire dritto per dritto a un padre che sta per morire: «C’è una cosa che ti vorrei dire, babbo, sono un finocchio». A Firenze si dice così. E in quella Firenze raccontata da Bucci, la vita si mangia i giorni uno dietro l’altro insegnando a «mentire per il quieto vivere, o per troppo amore». Lo racconta Bucci in questo affresco che non dà solo conto di tempi e spazi ma che descrive una girandola di emozioni. Un libro da leggere, tenendo a portata di mano una scorta di Kleenex.
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