Il Tirreno

Grosseto

Dopo le fate, i paladini La buca di Salaiola si svela agli speleologi

di Fiora Bonelli
Dopo le fate, i paladini La buca di Salaiola si svela agli speleologi

La grotta è stata esplorata per la prima volta Lunga sette metri e mezzo, forse era un’antica tomba

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ARCIDOSSO. La Buca dei paladini a Salaiola non è più un mistero. Carlo Cavanna, presidente società naturalistica e speleologica maremmana, e lo speleologo Giovanni Cannavale sono entrati nella Buca dei paladini di Salaiola (Arcidosso) domenica 30 maggio. Una grotta lunga sette metri e mezzo e larga un metro e mezzo, che i due speleologi hanno percorso fino in fondo, come già aveva annunciato Giovanni Cannavale quindici giorni or sono, quando, cioè, quella “buca” era stata ritrovata, ultima di una serie che ha avuto inizio a Montelaterone con l’individuazione della prima Buca delle fate, poi a Salaiola con la seconda.

Era stato durante la ricerca di Salaiola che Cannavale, accompagnato da Gabriele Proietti, buon conoscitore del territorio e dei suoi segreti, aveva scovato, con quella delle fate, la Buca dei paladini e aveva avvertito la società speleologica maremmana che si era immediatamente interessata e aveva promesso di esplorarla. Così è avvenuto. La Buca dei paladini si trova a circa cento metri di distanza dalla buca delle fate di Salaiola.

«La Buca delle fate – spiega Cannavale – era costruita su più livelli e aveva diversi ambienti. Oggi è semidistrutta perché diventata, nel corso del tempo, una cava per materiale da costruzioni. Invece la Buca dei paladini l’abbiamo potuta esplorare. È un tunnel a cui si accede da una porta rettangolare, perfettamente squadrata e che si sviluppa per circa sette metri e mezzo e finisce con una spaccatura nella roccia. L’altezza è di un metro e mezzo. L’abbiamo controllata e misurata e abbiamo cercato graffiti o iscrizioni, senza trovarne, però. Sappiamo per certo da testimonianze di anziani del luogo, che veniva utilizzata come nascondiglio durante la seconda guerra mondiale e successivamente anche come arsenale bellico. Ma potrebbe anche essere stata una tomba. Al momento è impossibile dimostrarlo».

Certo è che la Buca dei paladini sarà accatastata nel catasto regionale degli speleologi.

La ricerca di buche o grotte, insomma, in questa zona della montagna incantata, riveste un’importanza molteplice e nel caso particolare Cannavale sta seguendo l’idea di tracciare un vero e proprio itinerario: attraverso una toponomastica legata alla storia e alle leggende di Carlo Magno, potrebbe essere forse ricostruita la strada e i luoghi che visitò l’imperatore del Sacro Romano Impero quando soggiornò in Amiata ad Abbadia San Salvatore.

«I nomi di alcune grotte e sassi amiatini – spiega Cannavale – portano nomi carolingi o si collegano a fatti e fantasie e personaggi di quel periodo: Il sasso di Orlando, la buca dei paladini, il pugno di Orlando, ma anche la grotta di Mago Merlino, la città di Ginevra e le fate, tantissime fate appunto. Le indicazioni toponomastiche che richiamano ai personaggi vicini all’età di Carlo Magno e dei suoi paladini o di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, sono senz’altro da ricollegarsi ad un contesto storico, che è quello del soggiorno in Amiata di Carlo Magno». chiude Cannavale. Che annuncia anche l’esplorazione di un’altra grotta vicina: «Un’altra buca dei paladini a Castel Vaiolo – afferma – ha promesso che mi guiderà Alessandro Bramerini buon conoscitore del territorio. Qui nella zona di Arcidosso sembra esserci davvero un cerchio carolingio magico e misterioso. Vedremo cosa ne verrà fuori».

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