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La lezione di Borsellino agli studenti dell’Amiata
ARCIDOSSO. «Vengo ai vostri occhi e ai vostri cuori per prendere la speranza». Così Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ucciso “nella strage di Stato” di Palermo il 19 luglio 1992 con gli uomini...
ARCIDOSSO. «Vengo ai vostri occhi e ai vostri cuori per prendere la speranza». Così Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ucciso “nella strage di Stato” di Palermo il 19 luglio 1992 con gli uomini della scorta, ha chiuso l’incontro con gli studenti della scuola media inferiore di Arcidosso che hanno voluto fortemente la sua presenza e quella dei membri di “Agende rosse” di Grosseto, la mattina del 27 maggio, per parlare di mafia e di speranza.
Preparato con cura da mesi dai ragazzi e dagli insegnanti, prima fra tutti Ivana Chilleri, col supporto di Stefano Pioli per le musiche e di Vincenzo Vincenti per la coreografia, l’evento ha visto anche la partecipazione istituzionale del sindaco Jacopo Marini e della dirigente Patrizia Matini.
Un intervento appassionato e appassionante quello di Salvatore Borsellino che per oltre un’ora si è rivolto ai ragazzi, attenti in un silenzio totale, rotto solo dagli applausi.
L’ingegnere, che dalla morte del fratello incontra i ragazzi delle scuole per portare loro l’eredità di Paolo che è morto per «il fresco odore di libertà», ha cominciato a raccontare da quel drammatico 19 luglio, da quando la madre sente l’esplosione del tritolo e subito dopo dice ai figli Rita e Salvatore di «non far morire il sogno di Paolo», condensato in queste parole, scritte come un’epigrafe nel libro “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare».
Un sogno quasi impossibile da realizzare, che cozza contro «la perversa spirale che distrugge la bellezza», come quella Conca d’oro, una valle dorata di aranci, mandarini e profumi, distrutta e cementificata da Vito Ciancimino che diceva che la mafia non esiste.
«Io a 27 anni sono andato via da Palermo – ha ricordato Borsellino, ma non basta fuggire dalle cose che non piacciono. Paolo è restato e ha fatto la scelta giusta. Per questo non morirà mai. Uccidendolo lo hanno reso immortale. L’amore che lasciamo è la scelta giusta. I giovani adesso lottano per continuare il suo sogno. Oggi la mafia ha cambiato pelle ed è penetrata dappertutto, economia, finanza, politica».
Borsellino ha ricordato come subito dopo la morte di Paolo, le finestre di Palermo si riempirono di lenzuola bianche: «Parve una dichiarazione di guerra. Invece, dopo, le cose ripresero la via del compromesso morale, della complicità, dell’indifferenza. E anch’io per dieci anni persi la speranza».
Ma dal 2007, Salvatore ha ricominciato a incontrare i giovani, perché è proprio in loro che «incontro la speranza di Paolo che non sperava per sé ma per i giovani».
Dopo Salvatore Borsellino, gli interventi di alcuni membri di Agende Rosse, associazione che a Grosseto è nata grazie all’iniziativa di Pino Cassata e ancora le musiche dei ragazzi della media ad indirizzo musicale che avevano esordito con l’inno nazionale.
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