Il Tirreno

Grosseto

Amiata, il riscatto nella spiritualità

di Fiora Bonelli
Amiata, il riscatto nella spiritualità

Nel giorno della Festa della pina Arcidosso lancia l’idea di percorsi nei luoghi leggendari

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ARCIDOSSO. Dodici aprile, festa degli innamorati. La domenica in Albis di Arcidosso è dedicata alla Festa della pina, omaggio alla primavera e all’amore. Il rito della pina d’oro o d’argento che l’innamorato regala alla ragazza che, se contraccambia l’amore, gli regala, a sua volta, uno zuccherino a forma di ciambella, è uno dei tanti in cui il sacro si intreccia col profano e il pagano: il dono avviene nel piazzale del santuario della Madonna di Lamula, ma è, allo stesso tempo, ciò che resta di antichi rituali dedicati a Bacco, il cui tirso sarebbe, appunto, la pina infilata nel bastone.

È questa una delle storie esemplari del Monte Amiata, montagna di misteriosa sacralità, ma soprattutto crocevia di religioni e filosofie, dove i santuari mariani e francescani convivono con il Gompa tibetano e buddista di Merigar, la torre del “santo” David, la croce della vetta e le antiche tracce di divinità etrusche e romane di cui l’Amiata, che porta il nome del dio etrusco Tinia, vanta alcuni insediamenti. Infatti, quella che nel 1939 Eugenio Montale popola «di elfi e di funghi»e che padre Balducci definì più tardi la «montagna incantata», come anche fece Bianciardi, è da tempi immemorabili la «sacra montagna».

Ed è su questo che oggi le politiche turistiche comprensoriali vogliono scommettere. «Sacra – spiega il sindaco di Arcidosso Jacopo Marini – non solo perché dal 1900 una croce monumentale la rende riconoscibile fin dalla pianura; ma piuttosto per un’aneddotica misticoreligiosa che segna luoghi e eventi (la grotta di Mago Merlino, la mula che si inginocchia a Lamula, la chioccia d’oro); la nostra montagna è segnata da una tramatura di itinerari mistici, diabolici, stregati: cristiani, buddisti, pagani. Dal castello fatato di Petorsola a Santa Fiora, alla carrozza d’oro della bella Antiglia adagiata sotto terra, a Roccalbegna. Basterebbe, per capire di cosa si parla, andare da Arcidosso verso Roccalbegna: ai confini di un’area verdeggiante si innalza il cono vulcanico; dall’altro, il nudo picco di Monte Labbro e infine la collina della comunità tibetana di Merigar. In lontananza il convento della Selva di Santa Fiora dove il conte Sforza uccise il drago».

Ogni luogo ha una sua leggenda o una favola, segni di un percorso segreto che materializza, in sostanza, la sua spiritualità. «Il monte – prosegue Marini – è stato nei secoli un crocevia di differenti misticismi, tanto da far dire al Beato Brandano nel 1500 che alla fine del mondo si sarebbe salvato solo chi si fosse trovato dentro il perimetro dell’Amiata. E nel 1800 lo diceva anche David Lazzeretti, che a Monte Labbro costruì una torre e una chiesa per i suoi seguaci».

Oggi la torre di pietra grigia svetta davanti al coloratissimo Gompa della comunità Dzog-Chen. «Bisogna far conoscere tutto questo – dice marini – creando itinerari. Penso a un pellegrinaggio mariano, da Lamula all’Incoronata, a Val di Prata, alla Madonna delle Grazie. O a un itinerario multireligioso con Merigar, la torre di David, o il percorso popolare delle leggende».

La festa della pina avrà inizio alle 15,30 con la passeggiata fino alla Pieve organizzata da Adriano Crescenzi. Merenda tradizionale con baccelli, formaggio, salsiccia alla brace. Dopo la messa (ore 18), musica della street band.

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