Il Tirreno

Grosseto

Niente recinzione contro i predatori «Rovina il paesaggio»

di Fiora Bonelli
Niente recinzione contro i predatori «Rovina il paesaggio»

Roccalbegna, un pastore chiede di installare una rete ma l’associazione di categoria lo scoraggia: «Troppo alta»

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ROCCALBEGNA. I pastori si impigliano nelle reti, intrappolati dai vincoli paesaggistici. Roccalbegna, incubo predazioni. Ma non solo quelle. Il percorso nella quotidiana battaglia contro le aggressioni dei predatori per gli allevatori si fa sempre più irto e diventa una vera e propria corsa a ostacoli fino ad arrivare al culmine dell’incredibile. Come la storia che racconta Antonio Vergari, il quale ha un capannone a Roccalbegna, in una zona con vincolo paesaggistico e che ha pensato, dopo le numerose predazioni a cui è stato sottoposto il suo gregge, di chiedere nell’ambito del progetto Medwolf una rete alta 1,80 metri per proteggere le sue pecore, ma che «quasi sicuramente» gli sarà rifiutata, perché quella rete deturperebbe il paesaggio.

Antonio ha un diavolo per capello: «Hanno fatto finta – dice fuori dai denti – di dare a fondo perduto la rete tanto pubblicizzata dai progetti a salvaguardia del lupo. Ho fatto domanda tramite un’associazione di categoria e mi sono accordato per 300 metri lineari di rete con cancello a protezione del capannone. Una misura irrisoria, dunque, per nulla invasiva e da posizionare in una zona completamente isolata dal resto del mondo e frequentata solo da me e dai lupi».

Ma al dunque, ecco quella che Vergari definisce «la presa per i fondelli». «L’associazione mi ha sconsigliato di portare avanti la richiesta per quella rete – dice – perché sicuramente incontrerei degli ostacoli a installare la rete visto che, essendo zona vincolata, deturperebbe il paesaggio. Mi hanno proposto di installare quella di 1,20 metri coi fili elettrici. Ho detto: “O quella alta o niente”. Voglio dire: che cavolo me ne faccio di un metro e venti? Quella la saltano tutti i predatori. Poi, se la corrente va via, cosa para? La conclusione? Che in tantissimi a questa rete ci hanno già rinunciato».

Vergati sta ancora lottando, «ma so – dice – che mi diranno no alla fine. La realtà vera è che si chiude bottega, perché le risposte che ci danno sono finte. Oltre tutto sembra che i delinquenti siamo noi. Mio figlio non farà il pastore, questo lo assicuro. Che vada all’estero, vada dove vuole, ma qui no, basta. Chiuderemo un’azienda centenaria, ma ormai è tardi. Nessuno può più farci nulla».

Antonio è stato colpito anche da una predazione lo scorso martedì, alle 13, in pieno giorno e l’animale, non sazio, è andato, poi, nel campo di un vicino. Intanto aveva già sgozzato tre pecore. Quattro le ha lasciate agonizzanti, semiaffogate in un fosso. «Razza amiatina autoctona – dice Vergari – Prima ne fanno un’eccellenza e poi... Ecco qua i risultati».

Il pastore racconta che l’animale che imperversa nei paraggi l’hanno visto in tanti, tutti, praticamente: «Una sessantina di chili, color grigio, arriva a una trentina di metri dalle persone. Il mio vicino lo stesso giorno se l’è vista brutta e meno male che è arrivato in tempo e l’ha cacciato. Iniziano ad attaccare di giorno-dice-come si farà a passare l’estate?».

Antonio invoca le catture anche se è tardi, secondo lui. Tutto è perduto. Lo pensa anche Luciano Anzidei di Casale Fontani di Triana che il predatore l’ha visto da vicino: «Un grande canide scuro – racconta – con due cuccioli. Fortuna che ero lì ed è fuggito nella parte alta del campo. Ho telefonato in provincia e mi hanno promesso le gabbie a breve. Ma qui occorre pensare a battute vere e proprie. Purtroppo la pastorizia non interessa ai politici. Che ne sanno loro che il formaggio si fa col latte? E che il latte è sempre meno? Eppure i prodotti caseari dop bisogna farli col latte o no? Qui, una terra dove fino a poco tempo fa ciascuna famiglia aveva le pecore, adesso siamo rimasti in sei allevatori. Bisognerebbe reimpostare tutto il sistema, ma nessuno lo fa. E noi ci arrendiamo».

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