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Allarme rosso in Amiata, sparite settanta aziende
In cinque anni chiuso l’11,27% delle attività, contro la media regionale del 7,85% Pellegrini (Cia): «La via d’uscita? Migliorare la viabilità e diminuire le tasse locali»
CASTEL DEL PIANO. Allarme rosso per le imprese artigiane degli otto comuni dell’Unione Amiata grossetana: in cinque anni, dal 2009 alla fine del 2014, sono scese da seicentoventuno a cinquecentocinquantuno.
I dati sono stati diffusi dalla Cciaa di Grosseto. Un saldo negativo di ben settanta aziende che la dice lunga su quali conseguenze stia avendo la prolungata crisi in cui ci si dibatte oramai da molti anni.
Facendo alcune comparazioni, in provincia di Grosseto, nello stesso periodo, le imprese sono calate da 6.439 (fine 2009) a 5.873 (meno 566) mentre in Toscana da 118.826 sono scese a 109.491 (meno 9.335).
In percentuale – nel quinquennio – le imprese amiatine calano dell’11,27 per cento, quelle provinciali dell’8,79 per cento, quelle regionali del 7,85 per cento. L’Amiata, insomma – e non è una novità – è quella che soffre più di tutti.
In sofferenza, in particolare, Semproniano, Castell’Azzara e Castel Del Piano, il comune con il tessuto imprenditoriale più strutturato. Le cause? Come nel resto d’Italia vanno ricercate nei profondi processi selettivi in atto, imposti, prima, dall’effetto della globalizzazione dei mercati e, poi, dopo il 2008, dall’imperversare della crisi.
A ciò si unisce una costante crescita del prelievo fiscale e tributario – oltre ai costi indotti dalla burocrazia – che hanno spinto alla cessazione molti titolari di attività. Le conseguenze sono presto dette: «Ci si ritrova in una situazione che ci riporta indietro di molti anni – commenta Maurizio Pellegrini, coordinatore Cna Amiata grossetana – i fatturati hanno subito in generale una contrazione media del 20, 30 per cento, che riguarda in particolare tutto il comparto delle costruzioni, interessate da un perdurante stasi, e il settore del legno e arredo. Alla crescita delle sofferenze bancarie fa infine da contraltare la sempre più rarefatta propensione agli investimenti. Reggono quei pochi nelle condizioni di potersi innovare e, magari, esportare. Condizioni, tuttavia, non certo favorite dalla collocazione delle nostre imprese in aree interne, montane, lontane dalle aree dove la cultura di impresa è più sviluppata. La contrazione nel numero delle imprese ha avuto come conseguenza anche una pesante riduzione occupazionale che non fa notizia perché è polverizzata ma si può ragionevolmente stimare che abbia interessato, direttamente o indirettamente, alcune centinaia di persone».
Cosa potremmo fare? «In attesa di agganciare una ripresa che, se ci sarà, da noi arriverà con ritardo – commenta Pellegrini – si potrebbe cercare di arrestare questa emorragia cercando di intervenire sui fattori di competitività territoriale (in primis la viabilità), fare uno sforzo per alleggerire i tributi locali (soprattutto laddove le aliquote Imu sui capannoni e laboratori sono più elevate) e infine garantire maggiori opportunità di accesso al credito attraverso un sostegno finanziario da parte dell’Unione al Caaf, il consorzio fidi amiatino».
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