Il presidio
Il racconto choc dei macchinisti: "Un attimo in più e saremmo morti"
I due ferrovieri grossetani salvi per miracolo dopo l’impatto contro un tir: "Quel passaggio a livello è pericoloso"
GROSSETO. "Abbiamo visto un uomo che ci veniva incontro sbracciandosi. Abbiamo capito che ci voleva segnalare un pericolo. Abbiamo girato appena la curva e, tra la vegetazione, abbiamo visto un tir piazzato in mezzo ai binari. Abbiamo azionato il freno di emergenza e ci siamo rifugiati nel corridoio del locomotore. Per fortuna siamo ancora vivi".
Giuseppe Consiglio, rappresentante dell’Rsu, ha passato gli ultimi trentaquattro dei suoi cinquantatré anni a fare il macchinista. Francesco Scognamiglio, 59 anni, è ferroviere da trentacinque. Due vite passate sulle locomotive, alzatacce la notte, convogli in ritardo, segnali da non farsi sfuggire, merci e passeggeri scarrozzati su e giù lungo i binari. Ma nessuno dei due si era mai trovato a un tiro di freno dalla morte. Una frazione di secondo in più, e chissà come sarebbe finita.
È finita, invece, con tanta paura, pressione alle stelle e un aneddoto da raccontare, ormai al sicuro, sani e salvi. Consiglio e Scognamiglio sono i due macchinisti della stazione di Grosseto che la mattina di venerdì 13 febbraio si sono trovati sulle rotaie un tir, rimasto fermo in mezzo al passaggio a livello, a Pugnano, frazione di San Giuliano Terme (Pisa).
La giornata era iniziata alle 5 di mattina. Consiglio e Scognamiglio erano partiti da Grosseto per portare un treno merci a Lucca. Sganciati i carri, stavano riportando il locomotore a Livorno e verso le 9.30 si trovavano tra le stazioni di Rigoli e Ripafratta, a una velocità di 70 chilometri orari.
"Ero io alla guida – racconta Francesco – quando abbiamo visto questo signore. Lì per lì ho pensato che si volesse buttare sotto il treno, poi ho capito che ci voleva segnalare un pericolo e ho dato la rapida (il sistema frenante d’emergenza, ndr). Non vedevamo la linea, perché lì c’è una curva. È stato Beppe ad accorgersi del tir. Mi ha detto: “Francesco, c’è qualcosa nei binari”. E poi dicono che il doppio macchinista non serve".
Inforcata la curva, la scena che si para ai due macchinisti è il preludio di una tragedia. All’altezza del passaggio a livello, un tir blu è fermo perpendicolare ai binari. "Ci siamo resi conto che lo spazio di frenata non sarebbe bastato – spiega Giuseppe Consiglio – È stata una frazione di secondo. Bastava esitare un attimo di più e...".
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I due macchinisti hanno la prontezza di lasciare la cabina e rifugiarsi nello stretto corridoio che corre lungo la locomotiva e congiunge le due postazioni di guida alle due estremità della macchina. Un luogo angusto, tutto fatto di ferro: se cadi e batti la testa, la batti nel metallo. E accanto a te hai la cabina con la tensione a 3.000 Volt. "Non ci sono appigli – spiega Giuseppe – e basta urtare un qualsiasi angolo sporgente e sono guai. Ci siamo aggrappati a un corrimano molto robusto, tipo ringhiera. E abbiamo aspettato il colpo".
L’impatto è violentissimo. Il treno centra il tir e lo trascina per diversi metri. "Siamo stati sbatacchiati ma non siamo caduti – spiega Consiglio – e per fortuna il treno è rimasto nei binari. Quando siamo entrati nella cabina, abbiamo visto le nostre sedie scaraventate sopra la strumentazione. Sono sedie di ferro, molto pesanti. Non voglio pensare a cosa sarebbe successo se fossimo rimasti lì". Ma non c’è nemmeno il tempo di pensare alla paura o a quello che poteva succedere. "Eravamo tutti interi. Ci siamo detti: menomale", dice Francesco.
Lui corre a occuparsi delle operazioni di sicurezza: chiamare i soccorsi, far bloccare la circolazione, azionare la barriera di protezione, abbassare la tensione. Consiglio si precipita giù per andare a controllare il tir. "Non sapevamo se c’erano dei feriti o dei morti", dice. "Mi sono avvicinato al tir ma non c’era nessuno. Poi ho visto il camionista (Giovanni Gadoni, ndr). Aveva provato ad attraversare il passaggio a livello quando era troppo tardi e molto “furbamente”, quando ha visto che non ce la faceva, aveva lasciato il tir a metà e si era messo al riparo".
Con il treno fermo, la situazione sotto controllo, le sirene dei soccorsi in avvicinamento, i due macchinisti sgombrano per la prima volta la mente e si rendono conto di cosa è successo. Paura, rabbia, choc: sale tutto insieme. E per entrambi, svanita l’overdose di adrenalina, arriva il crollo. I sanitari, accorsi con l’ambulanza, consigliano loro un passaggio al pronto soccorso per farsi visitare. Lo choc ha mandato la pressione alle stelle e a entrambi vengono dati alcuni giorni di riposo.
La pressione adesso è tornata normale, ma la rabbia, quella è ancora a livelli vertiginosi.
"La solita stupidaggine che fanno alcuni – dice Giuseppe – e cioè pensare di attraversare il passaggio a livello quando questo si è attivato. Non è possibile: si accende il semaforo, suona la campanella, si abbassa la sbarra. Non c’è margine di errore. Ma oltre a oltre a questo, il camionista ne ha fatto un altro di errore: abbandonare il tir lì, pensare a salvarsi solo lui".
Bastava che Gadoni accelerasse un po’, buttasse giù la sbarra o le desse anche solo un colpo piccolo: come la sbarra viene danneggiata, infatti, al treno che è in arrivo si accende sulla linea il semaforo rosso che impone di fermarsi. "Una piccola ammaccatura al tir e la sbarra rotta sarebbe stato tutto il danno. E invece così ha perso il camion, il carico, ha bloccato la circolazione, danneggiato il treno e messo la nostra vita a repentaglio", dice Consiglio.
"E comunque la verità è che quel passaggio a livello è pericoloso e andrebbe tolto", chiude Francesco.
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