Una falsa idoneità per la missione, 5 mesi al maresciallo
Condannato infermiere del Savoia partito per l’Afghanistan Rinviato a giudizio il maggiore dirigente medico
GROSSETO. Sono finiti nei guai in due, al Reggimento Savoia Cavalleria: il maggiore medico e il maresciallo infermiere. Tutto per una certificazione di idoneità sanitaria per la missione all'estero di cui aveva in qualche modo beneficiato il secondo, inviato in Afghanistan. Il maggiore Fabio Izzo è stato rinviato a giudizio con l'ipotesi di omessa/ritardata denuncia di reato (prima udienza il 24 novembre). Il maresciallo Sandro Testa è stato invece condannato a 5 mesi e 10 giorni (senza benefici) con il rito abbreviato davanti al gup Bilisari.
Testa, 49 anni, era imputato per aver formato il falso verbale di visita medica con la data del 6 ottobre 2010 attestante la propria idoneità sanitaria per le missioni all'estero (iter "pronti all'impiego"), apponendovi il timbro del proprio superiore e la firma falsa di quest'ultimo, cioè di Izzo. Il giudice ha riqualificato il reato come commesso da pubblico ufficiale al di fuori dalle proprie funzioni, inasprendo i 4 mesi chiesti dal pm Ferraro e non accogliendo la tesi del difensore Di Meglio, che aveva sostenuto l'irrilevanza o l'inoffensività di quel certificato, che era rimasto custodito in un cassetto.
Tutto era partito quando, nel marzo 2011, Izzo era andato dal comandante Terzano riferendogli che disconosceva la firma su un provvedimento sanitario. Delle indagini si erano occupati i carabinieri della polizia militare della brigata Friuli, che avevano sentito a sommarie informazioni il colonnello e il maggiore. Quest'ultimo aveva dichiarato di aver chiesto nel gennaio precedente a Testa, che era in Afghanistan, se aveva l'idoneità: «me l'hai firmata tu», sarebbe stata la risposta. Testa aveva spiegato, con una dichiarazione spontanea, che Izzo gli aveva detto che non gli avrebbe mai firmato l'idoneità, che Testa stesso aveva messo un visto su quel documento e che lo aveva riposto in un cassetto della sua scrivania, partendo comunque per la missione. Il giudice rileva contraddizioni, anche nelle parole di Izzo, anche sulle date. E che non vi è stata piena collaborazione da parte dei militari, per timore di esporsi o per coprire proprie negligenze. Evidenzia però il falso: il documento non era stato protocollato e non era stato compilato di fronte a un ufficiale medico. Si tratta di un atto pubblico e non di una certificazione amministrativa, secondo il giudice. Il quale nota che lo stesso imputato dichiara di aver compilato il modello apponendovi la falsa firma di Izzo. E quest'ultimo non avrebbe potuto "sanare" l'iter, perché Testa era già all'estero. Il falso documento era un «grave gesto di sfida al superiore», si legge nelle motivazioni, ed era stato custodito nel cassetto per essere esibito in caso di necessità o anche «per costringere, con una sorta di sottile ricatto morale, il maggiore Izzo a porre una pietra tombale sull'imbarazzante vicenda, realizzando egli stesso un falso».
Un fatto di chiara gravità, immaginando che il militare in missione «fosse stato colpito da un improvviso malore, così che sarebbe emerso, all'atto delle inevitabili indagini, magari sollecitati dagli stessi familiari, che lo stesso era partito per una delicata missione all'estero senza che nessun medico competente lo avesse giudicato fisicamente idoneo». E c'è dolo perché Testa era pienamente consapevole di produrre un falso. Nessun beneficio può essere concesso perché il maresciallo ne ha già beneficiato.
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