Il Tirreno

Grosseto

L’ultimo saluto dei gigliesi Festa e qualche nostalgia

di Emilio Guariglia
L’ultimo saluto dei gigliesi Festa e qualche nostalgia

Tutti contenti che il relitto non ci sia più, ma quel via vai al porto mancherà «Hanno portato vita, ormai erano amici. Sarà un inverno triste e silenzioso»

4 MINUTI DI LETTURA





ISOLA DEL GIGLIO. Bye Bye, Concordia. Suonano le sirene, dal cantiere si alzano grida di gioia e la balena resuscitata si muove, ruota verso il mare aperto e lentamente riprende il largo. Non sono ancora le dieci del mattino e già si respira l’aria dell’impresa riuscita, della sfida ormai vinta. Il colosso col suo corteo si svincola da Punta Gabbianara e sfila come una visione davanti agli occhi increduli dei bagnanti dell’Arenella, accompagnata da suggestivi sbuffi d’acqua, belli come i fuochi della festa patronale. Poi, poco alla volta, s’allontana per diventare una macchiolina bianca e infine scomparire. Il sole è ancora alto nel cielo, ma la Concordia ormai è solo un ricordo.

Un ricordo che all’Isola del Giglio è ancora ferita sanguinante. Due anni, sei mesi e dieci giorni di convivenza col “mostro” hanno lasciato il segno. Nel male, certo, ma anche in qualche modo nel bene. Come dimostrano gli occhi bagnati di tanti gigliesi nel momento dell’addio.

Insieme con il relitto si solleva d’improvviso dagli abissi del tempo il ricordo vivo di quella notte, la notte del naufragio, col suo carico di dolore e di tragedia, ma anche di emozioni e di passione, di generosità e purezza. Insieme col relitto se ne vanno tanti amici, l’esercito multinazionale degli ingegneri, dei tecnici, degli operai che per quasi mille giorni l’isola ha accolto e amato come figli e che ora non ci saranno più a dar calore ai lunghi inverni in mezzo al mare. Oltre il relitto torna finalmente a spalancarsi l’orizzonte, ma anche un futuro tutto da decifrare e un’identità sociale ed economica da ricostruire.

Insomma, chi pensava che il 23 luglio 2014 all’Isola del Giglio si celebrasse una gioiosa festa della liberazione ha sbagliato di grosso. Perché il mostro di ferro sono tutti felici di non vederlo più, ma la forza dirompente di quell’avventura umana resterà per sempre nel cuore di ciascuno. A volte persino sotto forma di nostalgia.

«Io questa storia l’ho vissuta dal primo minuto», racconta Letizia frenando a fatica le lacrime. All’Hotel Castello Monticello Letizia accolse i primi naufraghi, e da allora – portata dalla Concordia – «qui è passata tanta gente, di tutti i tipi e di tutte le razze. Questo addio alla nave è un bene, perché scompare una bruttura. Ma per altri versi è un dolore. D’inverno ci mancheranno le luci al molo, i ragazzi, la vita, la compagnia. Qualcuno qui ci ha anche trovato l’amore...».

«Certo che c’è un po’ di tristezza», conferma Veronica. «Ci mancherà il contatto con le persone che affollavano il porto, ogni sera. Ora d’inverno torniamo soli. Torniamo in letargo, tornerà il vuoto».

Anche per Silvia, del ristorante Porta Via, la partenza della Concordia è «un’emozione forte, di dispiacere. Insieme con la nave se ne va la vita. Dovremo riabituarci agli inverni silenziosi. Ora c’è da ricominciare, ma a prescindere della Concordia. E soprattutto bisogna riportare le persone al Giglio, che se ne vedono sempre meno anche d’estate».

Peppe, della trattoria da Ruggero, è l’autore della fotografia più famosa della tragedia. La prima, quella della Concordia ancora illuminata e inclinata su un fianco, quella che ha subito fatto il giro del mondo. Ieri mattina ha preferito salire in cima alla montagna e guardarsi la partenza da solo «per fare delle foto particolari. Io non ero al porto – dice – quando la nave è partita. E non mi sono emozionato. Mi ha emozionato il sindaco Ortelli, quando in televisione ha ricordato la forza del popolo gigliese. Mi sono emozionato l’altro giorno, quando due naufraghe francesi hanno pianto nel ristorante davanti alle foto di quella notte. Ma certo, c’è pure la storia quotidiana del “dopo”. L’incontro con gli operai, le amicizie, la creazione di una sorta di comunità nella comunità. Ci raccontavano dei loro problemi sul lavoro, delle loro famiglie lontane... Ecco, quando tornano e ci abbracciamo, è lì che mi batte forte il cuore».

Uno che la partenza dal porto l’ha vista e l’ha vissuta come «un’emozione forte» è invece Silvano, del Caffè Ferraro. «In tre anni _ racconta _ con le persone del cantiere si era costruito un rapporto di amicizia, prima che di lavoro. Ci mancheranno. Non avere più la nave qua davanti, però, fa un bell’effetto. Ora possiamo provare a tornare alla normalità».

I SERVIZI DA PAG. 2 A PAG. 7

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera