A testa bassa contro l’impianto al Tamburino
Gli ambientalisti bocciano la centrale a biomasse «È come un inceneritore, troppi rischi per la salute»
ROCCASTRADA. Il Comune di Roccastrada ha avviato un procedimento di variante al piano strutturale, presentato in consiglio comunale il 3 luglio scorso davanti a centinaia di persone. L'obiettivo è quello di individuare all'interno delle cave di gesso (in località Tamburino, sotto Roccastrada) un'area per realizzare una centrale a biomasse di circa 5 MW. La lista "Roccastrada prendiamocenecura" e il comitato Val di Farma, in una nota, si dichiarano molto preoccupati.
Ma che cosa è esattamente una centrale a biomasse? È davvero sostenibile e rinnovabile? Quali dubbi e interrogativi ci dobbiamo porre? Inizia così l'intervento di coloro che al momento si professano contrari al percorso intrapreso. «La comunità scientifica nazionale e internazionale - scrive Loretta Pizzetti, leader della battaglie ambientaliste sul territorio - cioè coloro che si occupano delle nanopatologie, è concorde nel ritenere altamente nocivi gli impatti sull'ambiente e sulla salute causati dalle emissioni delle centrali a biomasse».
Per Roccastrada prendiamocenecura una centrale a biomasse non è altro che un inceneritore che emette sostanze inquinanti e pericolose per la salute, violando la legge (il DL 155/2012) che tra le sue finalità prevede di mantenere la qualità dell'aria e dell'ambiente, laddove buona, e migliorarla negli altri casi.
Molteplici i nodi. Innanzitutto l'emissione di polveri sottili. Poi l'alimentazione: per governare una centrale di questa potenza (che deve funzionare 24h per 365 giorni all'anno) sono necessarie circa 60.000 tonnellate di legna all'anno, corrispondenti a circa 1000 ettari di bosco. «Bisogna considerare - si legge nel documento - che ci sono una trentina di progetti per la realizzazione di centrali a biomasse di varia potenza nella sola provincia di Grosseto, tutte a filiera corta (altrimenti saltano gli incentivi), numeri sproporzionati in considerazione della biomassa legnosa prodotta in provincia di Grosseto e del fatto che in Maremma esistono già altri progetti di impianti che attingono dallo stesso bacino forestale».
Altro dubbio del Comitato Val di Farma e del gruppo Rpc è quello di cosa finirà dentro all'impianto. «C'è la possibilità - si chiede - che vengano bruciati anche rifiuti industriali e urbani visto che la normativa attuale assoggetta alle biomasse anche scarti di rifiuti solidi urbani e visto il continuo fabbisogno di combustibile? Esiste il rischio di una riconversione a vero e proprio inceneritori? A nostro avviso questo rischio è elevato».
Infine il cosiddetto ricatto occupazionale. «Nonostante il progetto venga giustificato per garantire il proseguimento delle attività della cava dei gessi, nessuno ha dato garanzie sul mantenimento effettivo dei posti di lavoro: come escludere che possa trattarsi di un pretesto utile ad un ricatto occupazionale diretto solo all'accesso agli incentivi? E quando gli incentivi finiranno cosa succederà ai lavoratori?». Discorso a parte per la viabilità, «che sarà compromessa, vedendo aumentare il traffico pesante per il trasporto della legna e il materiale da bruciare».
In conclusione si chiede al Comune e agli amministratori di approfondire queste problematiche con estrema attenzione.
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