Malattie mentali infantili, casi in aumento
Il responsabile del Centro Ufsmia-Asl: «Ogni tre potenziali pazienti ne possiamo soddisfare uno»
GROSSETO. Cosa fare se i nuovi pazienti raddoppiano in 7 anni mentre le risorse, sia umane che economiche, diminuiscono sempre di più? Per rispondere a questa domanda, il dottor Mauro Camuffo, direttore Unità operativa di Neuropsichiatria infantile e responsabile Ufsmia (Unità funzionale salute malattia mentale infanzia e adolescenza) dell’Asl 9 ha indetto un convegno nazionale alla Fondazione il Sole, sperando che dal confronto con altre realtà si possa trarre un metodo o un’idea innovativa per ottimizzare tempi e costi, migliorando ed estendendo al contempo il servizio.
«Se nel 2006 i nuovi utenti erano il 4%,– spiega Camuffo – nel 2013 sono diventati il 7,8%. Questo incremento così significativo è dovuto alla crisi economica, che ha spinto sempre più famiglie a rivolgersi al pubblico anziché al privato. Ogni tre utenti potenziali del servizio, ne possiamo soddisfare solo uno e non riusciamo a fornire più di due-tre visite a ogni paziente». Il grido di allarme è stato lanciato perchè la situazione è seria. Il centro Ufsmia si occupa della popolazione in età 0-17 anni, ovvero la fascia più delicata e per cui la prevenzione è importantissima per garantire una vita migliore al bambino che sarà poi un adulto. Il Centro ha seguito nel 2013 1.200 minori, con le loro famiglie, affetti da problemi che vanno dai disturbi del linguaggio al ritardo mentale, dall’epilessia e ai disturbi depressivi, tra gli altri. Più aumentano i pazienti, meno tempo hanno gli specialisti da dedicare a ognuno, più si allungano le procedure burocratiche e le liste d’attesa per le terapie. Facendo i salti mortali, l’Ufsmia riesce a offrire comunque un buon servizio, secondo gli utenti.
Uno dei risultati, per esempio, è stato ridurre le liste di attesa per la logopedia dai 16 mesi del 2011 ai 6 del 2013. «Ormai non ci si può più aspettare soldi dallo Stato. Dobbiamo unire le forze – dice Massimiliano Frascino, presidente della Fondazione Il Sole– creare una rete tra terzo settore e pubblico. Nel nostro caso, questa c’è e funziona: affianchiamo il pubblico nella prevenzione, creiamo un contatto con la Asl, offriamo attività occupazionali. Va creato un circolo virtuoso. Il disabile – continua Frascino – non è un malato, vive una difficoltà che attraverso percorsi di attività e di socializzazione può attenuarsi. A che serve fare logopedia se poi non si ha nessuno con cui parlare? Ci sono più pazienti oggi perché, per fortuna, è cambiata la mentalità delle famiglie: non c’è più vergogna nel chiedere aiuto».
I bambini in età scolare con disabilità sono aumentati del 28% dal 2009. L’Ufsmia può seguire nell’integrazione scolastica solo i ragazzi certificati, anche quando restano a scuola oltre i 18 anni. Per quanto riguarda i disturbi da apprendimento (Dsa), invece, lo specialista ha l’obbligo di fare diagnosi e certificazione, poi è compito della scuola seguire lo studente, ma anche qui i fondi scarseggiano. Ufsmia fa solo due incontri all’anno scuola-famiglia-Asl, nonostante le richieste degli insegnanti. Il Centro sta delineando un progetto di verifica della qualità dell’inclusione scolastica in collaborazione con scuole e genitori. «Siamo diventati – dice Camuffo – un servizio di consultazione ambulatoriale perfezionata e breve. Oggi facciamo poche visite e interventi riabilitativi talvolta tardivi. Deleghiamo psicoterapia e psicoeducazione ad altri enti. Vanno trovati nuovi metodi di lavoro, meno standardizzati e più inclini alle esigenze di ogni paziente».
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