Bilella: domiciliari nella casa in Sicilia con il braccialetto
Gli avvocati del custode accusato di aver ucciso Francesca hanno presentato istanza di scarcerazione al gip
GROSSETO. Un paese di settemila anime in provincia di Agrigento, a cinquanta chilometri dalla città dove il cimitero si affaccia sulla Valle dei templi. Un paese di mezza costa, dove le persone si conoscono tutte e dove Antonino Bilella potrebbe essere facilmente controllato dai carabinieri. Se il giudice Valeria Montesarchio accoglierà la richiesta depositata ieri in tribunale dagli avvocati Francesca Carnicelli e Alessandro Bartolozzi, il custode settantenne accusato di aver ucciso e fatto sparire il corpo di Francesca Benetti potrà tornare nel suo paese d’origine. In Sicilia, dove la sua storia è cominciata nell’altro secolo, con i calzoni corti e le corse per le strade polverose del paese. Là dove vivevano i genitori ormai morti e dove di lui potrebbe prendersi cura la sorella.
Dal 10 novembre dell’anno scorso, Bilella è in carcere a Grosseto, in virtù di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto convalidato dal gip. Ma quelle che sono le esigenze cautelari, ovvero il pericolo di fuga, quello di inquinamento delle prove ma anche quello di reiterazione del reato, secondo gli avvocati, sembrano davvero venire meno.
I tre punti sono stati analizzati e sviscerati nel dettaglio dai legali dell’uomo. «Le indagini svolte fino ad oggi - scrivono i due avvocati nel ricorso - sono state ampie e hanno riguardato sia l’aspetto scientifico che quello investigativo. Sono state acquisite tutte le tracce utili alle indagini e sono state anche sentite tutte le persone che in qualche modo potessero conoscere sia Benetti che Bilella». La richiesta dei due legali, ovvero quella di mandare Bilella in Sicilia, in un posto distante da dove i reati sarebbero stati commessi, eviterebbe proprio qualunque interazione del custode con le indagini.
C’è poi il capitolo che riguarda la reiterazione del reato. Se anche Bilella fosse stato colpevole della morte e dell’occultamento del corpo di Francesca Benetti, se davvero la perseguitava perché si era infatuato di lei, così come ha scritto la Procura, difficilmente compirebbe ancora lo stesso delitto. «La circostanza che un uomo possa essersi macchiato di un crimine gravissimo - scrivono - non è di per sé indicativa di pericolosità».
Inesistente inoltre, secondo i difensori, il pericolo di fuga. «È lento, affaticato, stanco - scrivono - a tratti anche claudicante. E con i cinquemila euro che gli sono stati sequestrati, non potrebbe certo organizzare una fuga che possa in qualche modo essere utile a sottrarsi per un lungo periodo alla giustizia».
A garanzia della mancanza di volontà di fuggire, il custode ha anche acconsentito ad indossare il braccialetto elettronico. Realizzando il sogno di tornare così, nel suo paese natìo.
@francegori
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