Il Tirreno

Grosseto

Altri 4 anni di lavori per il ripristino della cava di quarzite

di Paola Villani
Altri 4 anni di lavori per il ripristino della cava di quarzite

Sindaci e ambientalisti in visita al parco di Montioni dove vengono scaricati i gessi rossi della Tioxide di Scarlino

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FOLLONICA. Un fazzoletto di terra rossa immerso nel verde del Parco di Montioni, questa è la prima impressione che si ha vedendo oggi la cava di quarzite, come un luogo altro che poco ha a che fare con la bella vegetazione della macchia mediterranea.

Ieri mattina, come da calendario, i sindaci di Follonica e Scarlino (Eleonora Baldi e Maurizio Bizzarri) hanno accompagnato i rappresentanti dell'associazione La Duna in una visita alla cava dove da anni vengono conferiti i gessi rossi di scarto della Tioxide. Il territorio è di competenza del Comune di Follonica, ma è gestito dalle Bandite di Scarlino.

Il motivo della richiesta dell'incontro sul posto, da parte degli ambientalisti follonichesi? La preoccupazione rispetto all'inquinamento che un'operazione del genere potrebbe arrecare o ha già arrecato al territorio. La rassicurazione da parte sia dei sindaci che dalle Bandite è che nei vari momenti i controlli fatti dagli enti preposti non hanno mai evidenziato valori fuori norma. Il progetto, che va avanti oramai da anni, prevede il riempimento della vecchia cava di quarzite (che nel passato forniva materia prima utile alla realizzazione di svariati oggetti): in pratica attraverso gli scarti aziendali verrà riempito completamente il grande foro creato dall'uomo e da quel momento in poi la natura dovrebbe fare il suo corso per ricreare la macchia mediterranea laddove non c'è più. Dal dire al fare corrono anni: quasi sicuramente non basteranno i 4 di proroga del progetto concessi alcuni mesi fa dal Comune di Follonica. «Dal 2005 a oggi il piano è avanzato di due terzi – ha spiegato ieri mattina il geologo incaricato alla direzione dei lavori dalla gestione, Simone Lisi - la parte mancante dovrebbe essere completata nei prossimi 4 anni. Ogni giorno decine di camion portano nella cava i gessi depositandoli in uno spazio apposito. Dopo questo step si passa alla sistemazione degli scarti nelle varie terrazze via via create». Le spese di trasporto e di abbancamento sono a carico dell'azienda, che oltre a questo paga 45 centesimi a tonnellata alle Bandite (impiegati nella gestione dell'area) e dà del denaro ogni anno (così hanno spiegato i tecnici) ai due comuni interessati dalla cava. «L'Arpat ha fatto i controlli e non sono mai arrivati risultati preoccupanti», hanno ribadito in più occasioni sia Lisi che il direttore delle Bandite, Patrizio Biagini. Due nei, però, in mezzo a quei 30 ettari di terra rossa ci sono e sono lì fermi dal 2005: il primo è la zona di Poggio Bufalaia e l'altro è una vasca di contenimento nel passato utilizzata come discarica per quattro tipi di materiali (non inquinanti) tra cui anche le ceneri dell'inceneritore di Valpiana. Nel primo caso è in corso un contenzioso con la ditta che prima delle Bandite si occupava della cava. «Il ripristino della vegetazione non è stato fatto, per questo – ha chiarito Biagini – oggi la situazione di quell'area non è come nei piani e sempre per questo motivo abbiamo chiesto alla Provincia di farsi carico di riscuotere la fideiussione dalla precedente gestione così da pagare i lavori da fare. C'è in corso una causa che dovrebbe concludersi a breve: quello che non è stato fatto è recintare la zona per prevenire l'arrivo degli animali, dotarla di un sistema di irrigazione e ripiantumare della vegetazione. La discarica invece doveva accogliere 200 tonnellate tra rocce, terreni, fanghi di dragaggio e ceneri dell'inceneritore di Valpiana, ma a termine dell'appalto non era piena. Ora è coperta e sigillata, anche se non si trattava di rifiuti pericolosi».

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