S’impiccò in ospedale per donare gli organi È morto dopo 6 mesi
L’uomo, cinquant’anni, aveva perso il lavoro da tempo Era stato ricoverato in un clinica di Montevarchi
GROSSETO. L'ultimo pensiero che ha avuto prima di decidere di morire è stato quello di donare i propri organi. Di dare una vita migliore a chi una vita ce l'aveva ancora, a differenza di lui, che aveva scelto di morire. E aveva scelto di farlo sotto il vecchio pronto soccorso, vicino ai medici che sarebbero potuti intervenire in un attimo. Non per salvarlo - aveva pensato - ma per permettere ad altre persone di tornare a vivere. È una storia di miseria economica e ricchezza d'animo quella dell'uomo che il 26 maggio alle 19.20 fu trovato appeso a una corda sotto il vecchio pronto soccorso dell'ospedale salvato dal primario che era passato da lì per caso.
Ieri mattina, dopo mesi di agonia, l’uomo è morto all’ospedale di Siena e i medici hanno cercato di valutare se davvero i suoi organi potessero essere espiantati o meno, così come aveva chiesto lui. Da sei mesi, la vita dell’uomo era appesa a un filo. Prima nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Grosseto, dove era arrivato in condizioni disperate, poi in una clinica specializzata in pazienti in stato di coma neurovegetativo. Le sue condizioni, qualche giorno fa si sono aggravate ed è stato necessario il ricovero alle Scotte di Siena dove è morto.
La storia del cinquantenne, originario di Firenze ma residente a Tirrenia, era la storia di chi è costretto ad attraversare una crisi economica alla quale poi, talvolta, si rischia di soccombere. Faceva il camionista e aveva tutte le patenti che servono per lavorare. Poi, si era presentato alla sua porta il bisogno di ottenere soldi liquidi e aveva pensato che avrebbe potuto licenziarsi, incassare così il tfr e poi cercare un altro lavoro. Era certo di poter percorrere questa strada senza intoppi. Invece, era rimasto fuori e i soldi messi da parte, piano piano erano finiti: la miseria e la disperazione lo avevano spinto a Grosseto, dove aveva trovato una roulotte in un parcheggio per vivere.
Quando i poliziotti delle volanti, dopo che erano stati chiamati dall’ospedale di Grosseto dove l’uomo si era impiccato, erano entrati nella sua roulotte per trovare qualche indicazione utile a rintracciare i familiari avevano trovato una lettera scritta a mano su un foglio protocollo a righe. Chiedeva, iun quelle pagine, che fosse esaudito il suo ultimo desiderio: «Non ho più niente da fare qui, spero solo di essere trovato presto per donare i miei organi».
Il tentativo di suicidio, però, non gli era riuscito. Il cinquantenne aveva trovato sulla sua strada Mauro Breggia, responsabile del pronto soccorso del Misericordia. Non era riuscito a portare a termine il suo piano, che prevedeva, appunto, l’espianto degli organi. Il cinquantenne infatti, nella roulotte aveva lasciato tutti i documenti che all’improvviso rendevano chiara questa vicenda che sembrava inspiegabile. Nei giorni precedenti al tentativo di suicidio, era diventato donatore del sangue e aveva fatto tutte le analisi. Era sano come un pesce e con quelle in mano si era rivolto all'ospedale per iscriversi nella lista dei donatori di organi.
Uccidendosi a pochi metri da dove lavorano medici e infermieri sperava di essere trovato subito. Così è stato, ma il suo desiderio non era stato esaudito. Mauro Breggia gli ha invece salvato la vita. E nonostante le sue intenzioni fossero chiare e quel suicidio deciso probabilmente da giorni, il cinquantenne è rimasto vivo fino a ieri, quando il suo cuore ha smesso di battere all’ospedale di Siena dove era arrivato dopo una corsa disperata dalla clinica di Montevarchi. Mesi dopo, ormai, da quel gesto che aveva commosso l’intera città.
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