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Trolley davanti al seminario Arrivano gli artificieri

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MARINA DI GROSSETO. «Quando la pineta è bruciata ho pianto: girando come un automa con la bici, vedevo andare in fiamme, oltre ai cespugli odorosi e pini secolari, i nidi di falco lodolaio che da...

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MARINA DI GROSSETO. «Quando la pineta è bruciata ho pianto: girando come un automa con la bici, vedevo andare in fiamme, oltre ai cespugli odorosi e pini secolari, i nidi di falco lodolaio che da anni con i miei figli visitavamo da lontano; “la collina delle volpi” come l’avevamo soprannominata: una duna piena di tane di volpe o la radura dove trovavamo sempre le tartarughe». Inizia così la lettera di Antonella Biagioni, affezionata ospite di Marina, indirizzata al Tirreno. Un ricordo rivolto alla pineta che era. Un grido che intende portare una testimonianza tra le tante e cercare di contribuire al salvataggio di quel che può (e deve) ancora essere recuperato.

«Quando sono tornata qui a Natale e al posto dell’area bruciata mi ha accolto un piazzale deserto e devastato ho capito che la situazione era molto più grave: l’approccio scelto verso la pineta era molto più distruttivo di quello che viene definito “abbandono della pineta a se stessa”. Si è scelto di trattarla come un semplice arboreto da pinolo, non come un bosco. Quei pinetti fitti fitti in fila ne sono l’esempio. Il bosco è un sistema ecologico complesso e vivo, dove ogni elemento gioca il suo indispensabile ruolo. Si pensasse così, le azioni intraprese a sua tutela sarebbero coerenti, terrebbero conto della salvaguardia della biodiversità e delle specie protette. Ma usando un’altra logica, quella agraria dell’arboreto, il sottobosco diventa ingombro da pulire, facendo entrare ruspe e simili».

Il tutto ignorando «la ricca fauna, le specie protette, le dune tutelate da direttive comunitarie. Non si tiene neppure conto che a pochi chilometri vi siano il Parco della Maremma e la riserva della Diaccia Botrona. La logica usata è “pineta uguale file di pini”. Più grezza di così si muore. E contro gli incendi si dice che “Quello che non c’è non brucia, dunque occorre tagliare tutto”».

Insomma, prosegue la lettrice, «secoli di filosofia forestale, direttive mondiali per la tutela di habitat e biodiversità, dove sono finiti? Abbiamo tra noi i nuovi barbari? La pineta che mi ero rappresentata è un’illusione? No. Se allargo gli orizzonti, leggo o vado virtualmente in altre regioni d’Italia, trovo conforto. A Ravenna dopo un incendio molto più devastante del nostro, nella pineta Ramazzotti, per il sindaco è lutto cittadino; lui e la giunta si sono preoccupati di elaborare un cauto piano complessivo, che prevede col Corpo forestale un’analisi dei danni all’ecosistema, alle specie, il ripristino del sottobosco, strutturare azioni preventive serie per gli incendi». Invece, «se andate avanti così, presto opererete con le ruspe anche nella parte di pineta ancora intatta, per quella che definite “pulizia del sottobosco” e farete fuori le altre tartarughe. Sparirà il dormitorio di gufi sonnacchiosi sotto il quale, da anni, mia figlia si diverte a raccogliere le grandi piume e via di seguito. Sarà tutto devastato».

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