Il presidio
Albinia 9 mesi dopo il sindaco si sfoga
«Sulle nostre spalle un lavoro immane e nessuna deroga E c’è gente capace di lamentarsi per un filo d’erba»
ALBINIA. Il fango non c’è più ma l’emergenza non è affatto finita. Dall’azienda biologica Rustici, simbolo delle realtà produttive del territorio seriamente danneggiate dall’alluvione, Legambiente riaccende i riflettori sulla calamità che lo scorso novembre ha colpito la bassa Maremma.
Lo ha fatto ieri attraverso diverse testimonianze, tra cui lo sfogo accorato del sindaco di Orbetello, Monica Paffetti che ha denunciato alcune criticità del post emergenza. «Per quanto riguarda i risarcimenti dei danni ai privati contiamo di avere le risorse entro un paio di mesi – ha detto la Paffetti – ma resta il paradosso per cui si possono rimborsare solo i danni strutturali. Purtroppo si fanno spesso norme con paletti troppo stretti e poi è difficile farci stare dentro la realtà». Non va meglio sul fronte della ricostruzione. «L’emergenza come calamità è chiusa ma i problemi restano – osserva il sindaco – Per i lavori pubblici dobbiamo lavorare in ordinario: non sono state concesse deroghe di nessun tipo. E così con lo stesso personale di sempre un Comune di 15mila abitanti come il nostro si è ritrovato a dover gestire lavori pubblici per 9 milioni di euro, cioè nove volte il normale. Eppure non abbiamo da occuparci di una frana isolata. Abbiamo avuto tutte le strade danneggiate, una scuola da ricostruire ex novo e due da rimettere a posto». Nessuna deroga, lamenta Paffetti, è stata concessa, neanche per lo smaltimento dei fanghi: «Mi riferisco al fatto che le analisi hanno escluso la presenza di qualunque componente inquinante come idrocarburi, cadmio, metalli pesanti. I nostri fanghi erano buoni e fatti esclusivamente di acqua e terra, più un 5% di residuo macroscopico che poteva essere benissimo vagliato e filtrato sul posto. Invece abbiamo dovuto spendere 700mila euro di soldi pubblici per smaltirli come rifiuti».
A non fare sconti al Comune oltre alla burocrazia anche alcuni cittadini. «Si è un po’ perso in questi mesi il senso delle priorità – si sfoga amareggiata la Paffetti – C’è gente che è capace di lamentarsi per un ciuffo d’erba in un tombino davanti casa (e posta la foto su Facebook oppure fa direttamente l’esposto in Procura) e non si accorge che magari in quel momento il Comune è impegnato a spalare il fango nella casa del vicino. Bisognerebbe anche riconoscere la gravità e la priorità delle cose da fare». Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente ha voluto lanciare invece il suo appello al governo nazionale. «L’alluvione di Albinia è un caso da manuale – osserva Gentili – in cui occorre che i diversi ministeri competenti (agricoltura, ambiente, infrastrutture, sviluppo economico) si parlino e collaborino tra di loro altrimenti assistiamo allo scaricabarile. Non si può più lavorare per compartimenti stagni. Se finora Comuni, Provincia e Regione hanno fatto la loro parte il governo deve avere un ruolo centrale nella partita degli aiuti e degli incentivi per far ripartire questo territorio». Legambiente invoca inoltre interventi incisivi per quanto riguarda la messa in sicurezza del territorio e la prevenzione del rischio idraulico. Oltre a Paffetti e Gentili hanno portato il loro contributo Giuseppe Rustici, Luca Sani e Enzo Rossi (vedi altro servizio, ndc.) e ancora Francesco Giuseppe Bozzini (Consorzio Bonifica Osa-Albegna e Urbat), Beppe Croce, responsabile nazionale agricoltura di Legambiente e Stefano Mastini dell’associazione Albinia Viva, uno degli angeli del fango che ha ricordato l’immagine del paese «trasformato in un formicaio con i volontari intenti a sgomberare, pulire e portare via il fango senza battere ciglio». «Dal fango Albinia si è risollevata – dice Stefano – ora anche le campagne hanno bisogno di aiuto».
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