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«La verità sulla morte di mia figlia»
Il drammatico racconto del padre della piccola nata in ambulanza e deceduta durante il viaggio: «Faccio denuncia»
MONTEROTONDO MARITTIMO. Il suono delle sirene dentro l’ambulanza è sovrastato solo dal pianto disperato della madre. «Dottore faccia qualcosa». «La bambina sta bene». Se lo ripetono più di una volta i due uomini, rispettivamente il padre e il medico che sta assistendo la donna. Le curve che separano Monterotondo da Massa Marittima sembrano non finire mai, mentre la neonata è già sul lettino. Più di venti chilometri fatti di ansia, lacrime e destino.
È una corsa contro il tempo, che la piccola non riuscirà a vincere. Quando entra nell’ospedale Sant’Andrea, il suo minuscolo cuore non batte più. E così l’ansia fa posto al dolore e alla rabbia. «Ho visto la bambina con i miei occhi, stava bene» dice il padre. Ljuljziem Ramanoswky ha 26 anni e nella vita fa il tagliaboschi. Giovedì mattina, poco prima che si consumasse la tragedia su quelle strade nascoste tra gli alberi, era al lavoro. Lo ha chiamato la sorella, per avvertirlo che la sua terza figlia stava per venire al mondo. Non immaginava i terribili attimi e la concitazione che invece lo stavano aspettando. Su cosa sia realmente successo, su cosa abbia ucciso la bambina, verrà schiarito dall’autopsia disposta dalla Procura di Grosseto e dal riscontro diagnostico (ovvero la verifica di tutte le fasi assistenziali alla madre e alla neonata) fatto partire dall’Asl subito dopo il decesso. Quel che è certo è che Ljuljziem vuole sapere cosa è successo a sua figlia e che andrà fino in fondo. «Ho già parlato con l’avvocato per fare denuncia» dice. Ieri pomeriggio è tornato nella piazza di Monterotondo, dopo aver riportato la moglie a casa la sera prima. Proprio lì, da dove è partita la corsa. «Ero al lavoro nel bosco quando mi ha chiamato mia sorella, dicendomi che la bambina stava nascendo». È tornato a casa ed è salito sull’ambulanza insieme alla moglie, sua coetanea. Non parla l’italiano, lei: forse è per questo che anche lui era sull’ambulanza, per fare da intermediario. Era già capitato nel 2010, alla nascita del loro secondo figlio nella sala parto dell’ospedale di Grosseto, appena un anno dopo l’arrivo in Italia della donna. Ljuljziem invece è qui dal 2004, per lavorare. L’ambulanza parte veloce verso Grosseto, ma «dopo due minuti la bambina è venuta fuori – racconta il padre – Mia moglie mi chiede in albanese se è nata e io dico al dottore di fare qualcosa». Piange la donna. Il dottore rassicura i due ragazzi: «sta bene». L’ambulanza continua a sirene spiegate la sua corsa diretta ora a Massa Marittima per intervenire al più presto sulla neonata. «Dottore fai qualcosa: taglia il cordone ombelicale» continua Ljuljziem. Le sirene continuano a squarciare il silenzio dei boschi delle Colline Metallifere. L’ospedale Sant’Andrea si avvicina, curva dopo curva. L’ambulanza corre, ma a un tratto il pianto della donna sovrasta qualsiasi altro suono. «Aveva ancora la piccola tra le gambe con il cordone ombelicale quando mi ha detto: “marito, la bambina è morta”» racconta il macedone.
Mancano solo pochi chilometri a Massa Marittima. Poi i disperati tentativi di rianimazione, la lotta contro il destino, fino all’inevitabile constatazione: la bambina è morta. «Ma fino a pochi giorni fa ci avevano detto che stava bene – spiega Ljuljziem – Il 13 aprile siamo andati a Grosseto a fare le analisi e ci hanno detto che tutto andava per il meglio, che potevano tornare a casa e che non c’erano problemi». Una tragedia che ha sconvolto Monterotondo, almeno una parte. Un’altra, invece, non sapeva nulla di quanto era successo finché non ne hanno parlato i giornali. Nel piccolo borgo (1.400 anime) infatti ci sono molte persone d’origine macedone, quasi tutti tagliaboschi. Una comunità molto riservata, tant’è che molti paesani non conoscevano nemmeno i genitori.
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