Il Tirreno

Grosseto

Crisi della nautica, i numeri fanno paura

di Sabino Zuppa
Crisi della nautica, i numeri fanno paura

Dal convegno di Porto Ercole un grido d’allarme unanime: impasse nazionale, solo all’Argentario 1500 imprese in affanno

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PORTO ERCOLE. Il grido di allarme unanime degli operatori del settore della nautica del Monte Argentario è stato l’elemento predominante nel convegno organizzato ieri mattina a Porto Ercole dall’Apimar, la confindustria locale del settore, cui hanno partecipato quasi tutti gli operatori privati del promontorio e dintorni, sindaci e amministratori pubblici, Mario Salvestroni (presidente Confindustria Grosseto) e Fabrizio Morelli, neopresidente dell’Authority regionale.

Una situazione difficilissima, dalla quale si potrà uscire solo tramite interventi legislativi rilevanti a livello nazionale e con una ripresa del credito alle aziende a livello locale.

I lavori sono stati aperti dal presidente di Apimar, Maurizio Manno, che ha subito evidenziato come all’Argentario la crisi del settore rispecchi quella nazionale, con le circa 1500 imprese della realtà argentarina costrette a licenziare e soprattutto a non prevedere investimenti per l’anno in corso vista la mancanza di prospettive.

Numeri drammatici evidenziati da Pietro Vassena, vice presidente di Ucina, Unione confindustria nautica, che ha subito chiarito gli effetti devastanti della tassa di possesso da introdotta nel 2012 dal governo Monti: dal 2008, infatti, il calo del fatturato interno del settore è stato di quasi il 90%, dovuto soprattutto alla drastica diminuzione della richiesta dal mercato italiano, mentre ha tenuto l’export. Gli effetti dell’introduzione delle nuova normativa fiscale hanno poi portato, secondo l’Ucina, a un incremento irrisorio del gettito fiscale, che ha però causato una fuga verso l’estero delle unità da diporto e una conseguente perdita di forza lavoro di quasi 20mila unità a livello nazionale. Che tradotto in numeri rappresenta una perdita eccezionale anche per l’indotto del settore nautico, visto che ogni barca di circa 10 metri, oltre ai costi di gestione, genera una spesa sul territorio dove gravita di circa 7mila euro.

Dunque far arrivare le barche è l’imperativo, smentendo l’idea che le grosse barche sono legate all’evasione fiscale piuttosto che alla passione della gente e delle famiglie: e in questo anche la diminuzione del 26% nel 2012 dei contratti di ormeggio la dice lunga.

Ormeggi e relative concessioni demaniali di cui si è dibattuto nella seconda parte del convegno. Il membro del Consiglio di Stato Vincenzo Lopilato ha cercato di chiarire quelli che sono aspetti ancora non regolamentati da una legislazione ben precisa. Sì, perché l’entrata in vigore della Bolkestein, nel 2006, ha causato l’eliminazione di alcune regole quali il diritto di insistenza e di rinnovabilità su una determinata area demaniale che premiava chi l’aveva da sempre occupata: elementi superati con il Milleproroghe del 2009 che, nel rimandare tutto al 2015 ha creato un vuoto normativo ancora da colmare. E finché il parlamento non emanerà nuove disposizioni saranno solo gli organi giurisdizionali, tramite le loro sentenze, a dare le linee guida di comportamento per le amministrazioni locali in maniera di concessioni a fini turistico-ricreativi, attenendosi chiaramente alla normativa europea. Il tutto in un orizzonte temporale più ampio visto che, con l’ultimo decreto sviluppo, gran parte delle concessioni andranno a scadere nel 2020.

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