Il Tirreno

Grosseto

«Sparo non accidentale Diteci la verità su Ariton»

di Alfredo Faetti
«Sparo non accidentale Diteci la verità su Ariton»

Parla la famiglia dell’albanese morto al posto di blocco sulla Senese «Pronti a fare causa allo Stato». Un biglietto dal carcere e la raccolta di fondi

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GROSSETO. Ariton Canaj è un nome in un fascicolo, depositato negli uffici giudiziari di Grosseto. La vicenda contenuta in quei fogli, su cui si sta svolgendo un processo, è molto delicata. Risale alla notte tra il 20 e il 21 giugno scorso, quando un ragazzo albanese di 25 anni rimane ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto della questura grossetana per non essersi fermato a un posto di blocco a Casal di Pari, al confine con la provincia di Siena. Sta viaggiando insieme a suo cugino, di quattro anni più giovane, trasportando nell’auto undici chili di marijuana, ma nessuna arma. I poliziotti stanno aspettando proprio loro, ma qualcosa va storto e quel ragazzo albanese, Ariton Canaj, rimane ucciso. Gli accertamenti partono subito e ad oggi il processo è in attesa delle perizie balistiche, che verranno discusse il 25 gennaio. Una data fondamentale, che non lascia comunque intravedere la parola fine su questa vicenda.

«Io chiedo allo Stato italiano di chiarire cosa è successo» dicono in coro il fratello e la sorella di Ariton. Dall’altra parte del mar Adriatico, infatti, la famiglia del giovane albanese è pronta a dare battaglia. Assistiti da un avvocato sin dai primi momenti, minaccia di intentare causa contro lo Stato se non verrà fatta completa chiarezza sui fatti di quella notte. Il legale, poi, si è attivato subito, arrivando in Italia prima che fosse eseguita l’autopsia. I Canaj però sono una famiglia contadina, immersa nella campagna di Lepenice, una regione dell’Albania, che non ha molti mezzi per potersi far carico di tutte le spese del caso. Per questo in loro soccorso sono arrivati due giornalisti freelance nostrani, Eduardo Castaldo ed Eva De Prosperis, che attraverso un sito hanno iniziato a raccogliere fondi da destinare alla causa dei Canaj. Hanno realizzato anche un filmato sulla vicenda, intitolato “Mi chiamo Ariton” pubblicato anche sull’omonima pagina Facebook. L’obiettivo è quello di raggiungere quota 12mila euro. «È l’inizio, c’è tanto lavoro da fare ancora» spiega De Prosperis.

Quasi la metà di questi soldi, andrà alla famiglia per le spese legali nella sua causa contro lo Stato. L’altra metà, invece, andrà a Malika: «Mio figlio è stato in Italia per un anno e in quel periodo ha conosciuto una ragazza. – racconta il padre di Ariton nel filmato – Ci disse che era una bella ragazza, in gamba». Il 25enne parlava a suo padre di Malika, che il 14 ottobre ha dato alla luce un bambino. «Lo chiamerò come lui» ha detto mesi fa ai due freelance. E così ha fatto. Il piccolo si chiama come suo padre: Ariton Canaj. Lei, Marika, è stata la prima dei parenti a sapere della notizia. La polizia, accompagnata da un dottore vista la gravidanza, ha suonato alla sua porta la notte stessa. Superato lo choc, chiese di poter vedere l’auto, ritenendola una prova importante del processo. Ma non c’è riuscita: il mezzo è sotto sequestro.

Il problema infatti è proprio questo. La famiglia di Ariton non concorda con la versione dei fatti data dalla polizia, in cui si parla di uno «sparo accidentale» dovuto alla caduta di un poliziotto avvenuta quando i due ragazzi hanno provato a forzare il posto di blocco. Un episodio, quella notte, che ha portato anche a cinque agenti feriti. I Canaj, al contrario, credono a un’altra versione. Un racconto scritto a mano su un foglio a righe, uscito direttamente dal carcere di via Saffi a Grosseto, in cui è detenuto l’autore, Maksim Derokemaj, il cugino di Ariton. «Alla presenza di due poliziotti, mio cugino ingrana la marcia e parte – scrive Derokemaj nella lettera in cui dà la sua versione dei fatti - Sentiamo esplodere colpi di pistola a fuoco incrociato su due persone disarmate; sento mio cugino che mi dice: “scappa, mi hanno colpito”». Su tutti questi aspetti sta lavorando il tribunale di Grosseto, con quattro poliziotti iscritti al registro degli indagati. Il giudice Marco Bilisari, a ottobre, ha dato incarico a al perito balistico Sandro Lopez di stilare un rapporto sulle traiettorie, sul numero dei colpi sparati, su quali armi siano state utilizzate e così via, per poter arrivare alla verità. «Se non lo farà, andremo noi per avere giustizia» dice il fratello di Ariton. La sua famiglia, infatti, è già pronta a dichiarare battaglia legale allo Stato Italiano, grazie anche al sostegno delle donazioni raccolte attraverso il sito produzionidalbasso.com dei due freelance.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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