Il Tirreno

Grosseto

Via libera all’inceneritore, subito guerra

di Emilio Guariglia
Via libera all’inceneritore, subito guerra

«Nella nuova autorizzazione lacune già bocciate dai giudici»: il fronte del no farà ricorso al Tar e pensa alla Corte dei Conti

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GROSSETO. In una vicenda come questa nulla di più facile che essere facili profeti. Come previsto, dunque, rieccoci punto e a capo: la Provincia di Grosseto annuncia il via libera “bis” all’inceneritore di Scarlino, e quelli del no sono già praticamente in Tribunale con i loro ricorsi.

Mestamente la storia si ripete, ma stavolta si ha l’impressione (o la “speranza”) di trovarsi all’inizio dello scontro finale. Nessuno infatti può ragionevolmente auspicare che – quale dei due contendenti la spunti nelle prossime battaglie giudiziarie – si continui all’infinito con il sistema delle prove di forza, paralizzando, in un senso o nell’altro, una fetta importante di futuro di un intero territorio.

Incontestabile, d’altra parte, è il fatto che al secondo round il fronte del no all’inceneritore ci arriva con un vantaggio di punti enorme. La sentenza del 17 ottobre con la quale il Consiglio di Stato ha definitivamente bocciato le procedure seguite dalla Provincia di Grosseto per arrivare alla prima autorizzazione ha non solo confermato in pieno le tesi degli oppositori, ma ha addirittura accentuato la gravità dei rilievi mossi in primo grado dal Tar della Toscana rispetto all’azione dell’azienda e della Provincia stessa.

Una vittoria di Pirro, ormai superata nei suoi effetti dalla nuova autorizzazione annunciata l’altroieri dalla Provincia? Non proprio. Perché quelli del no, dopo aver ascoltato i contenuti di questo secondo iter procedurale nella Conferenza dei servizi (pubblica) di giovedì mattina, sono certi che poco o nulla è cambiato rispetto al primo giro. Insomma, dicono, la gran parte delle «lacune» che per i giudici romani rendono illegittima la prima autorizzazione, sono ancora presenti in questa seconda.

Anche di questo si è parlato, proprio giovedì sera, negli spogliatori dei campi di atletica di Follonica, dove si è riunita l’assemblea del Comitato per il no all’inceneritore. «Evidentemente – commenta il giorno dopo Mario Monciatti, imprenditore e presidente del Comitato – dovremo ricorrere anche stavolta al Tar. Con dispiacere, perché è il triste ripetersi di una storia già conosciuta»

«Noi – prosegue Monciatti – continuiamo a dire che l’unica via percorribile è quella del rispetto della legge. Invece constatiamo il persistere di una strenua volontà politica che porta disastri: un territorio vede vanificate la preziosa risorsa di un’azienda che fa investimenti, i dipendenti di Scarlino Energia costretti a vivere da anni nell’angoscia e nell’incertezza, il territorio che si ritrova un impianto pronto a funzionare senza le garanzie richieste dalla legge e dai giudici, ingenti risorse pubbliche sprecate in iter inutili e inevitabili contenziosi conseguenti. Avendo visto le carte della nuova Via, riteniamo che l’approccio non sia mutato. Perciò dobbiamo di nuovo fare ricorso, non “a prescindere”, come ha detto qualcuno, ma sulla base di fatti concreti. Un anno fa qualcuno disse che noi e i giudici del Tar “avevamo bevuto”. Il Consiglio di Stato ha chiarito che non è così».

E proprio a proposito di iter e contenziosi costosi, alcuni passaggi della sentenza del Consiglio di Stato potrebbero aprire la strada alla richiesta di intervento di un altro Tribunale, la Corte dei Conti. Nella sentenza, infatti, i giudici sottolineano che nel 2009 la giunta provinciale di Grosseto ritirava in autotutela la Via (già oggetto di ricorsi al Tar), «con il dichiarato fine», tra gli altri, proprio di evitare che dalle attività processuali «potesse derivare un danno» all’amministrazione e un ritardo nella risposta definitiva a Scarlino Energia.

Per questo la Provincia istituì la “commissione di inchiesta pubblica”, i risultati del cui lavoro (no all’autorizzazione) furono poi azzerati dalla Provincia stessa, scatenando una gragnuola di ricorsi. Per i giudici si è così “tradita” la finalità stessa dell’inchiesta pubblica. E siccome questo “tradimento” è costato parecchi soldi all’ente pubblico (cioè ai cittadini), nel fronte del no c’è anche chi medita sulla possibilità di invitare la Corte dei Conti a verificare se non vi siano errori e sprechi da imputare a chi, nella pubblica amministrazione, ha seguito quella strada.

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