Scuola, precari in fila sotto il sole
Centro per l’impiego preso d’assalto da decine di insegnanti in cerca del certificato di disoccupazione
GROSSETO. «E’ la quadratura del cerchio. Il destino degli insegnanti precari al 30 giugno si riassume nell’immagine di una fila e di una grande baraonda. Quella che ci tocca da fine agosto in poi per le assegnazioni degli incarichi e quella che ci tocca adesso se vogliamo avere la certezza di riscuotere quanto ci spetta ad agosto».
Così Stefano Rosini, precario storico della scuola, racconta dall’interno cosa è successo ieri sotto il sole della Cittadella dello studente. «Dall’interno, perché - testimonia - io sono arrivato al centro per l’impiego di via Scopetani alle 8,40 e c’era già una lunga fila fuori, di insegnanti precari e non solo». Normalmente l’orario di apertura degli uffici il lunedì mattina è dalle 9 alle 12,30 ma ieri tanti insegnanti precari si sono recati di buon mattino per fare il certificato di disoccupazione, il documento con cui poter poi fare domanda per l’indennità all’Inps o al patronato.
A tal punto che gli uffici sono stati aperti al pubblico eccezionalmente già alle 8,30. «Noi precari della scuola di fatto veniamo licenziati al 30 giugno – spiega Rosini – senza certezze su ciò che sarà di noi a settembre e abbiamo solo cinque giorni di tempo per fare domanda per la disoccupazione». O meglio, questo è il termine per avere la sicurezza di essere pagati ad agosto e di non ritrovarsi, oltre che disoccupati, senza sussidio.
«Dall’anno scorso – spiega Rosini – questo certificato può essere fatto anche on line ma siccome la procedura è complicata (tra siti inaccessibili e call center con cui interagire, ndc.) per evitare problemi molti di noi preferiscono rivolgersi allo sportello per avere il documento cartaceo».
Si tratta di una pratica veloce, che richiede pochi minuti, ma ieri mattina il numero degli accessi e la contemporanea presenza in fila di tante vittime e facce della crisi (disoccupati, cassintegrati, lavoratori “freschi” di licenziamento da aziende in difficoltà), molti con bimbi piccoli al seguito, ha creato un piccolo ingorgo dentro e fuori il centro per l’impiego.
Chi è ancora in fila non ha molta voglia di parlare, se non per «raccontare che una cosa del genere gli anni passati non si era mai vista». Facce più distese, ma con un po’ di amarezza, per chi dopo due ore di coda, in gran parte sotto il sole, riesce a guadagnare l’uscita con l’ambìto certificato in mano. E’ il caso di due colleghe, precarie della scuola dal 2008. Si chiamano Tatiana Rainaldi di Ribolla (insegnante di asilo nido) e Manuela Santinelli di Grosseto (insegnante di scuola materna): «E’ il primo anno che ci capita una cosa del genere – raccontano Tatiana e Manuela – Siamo state più di un’ora in fila al sole senza capire nemmeno perché». Una volta dentro hanno scoperto che non c’erano né guasti ai terminali né sportelli chiusi, solo un surplus di richieste che ha ingolfato il normale lavoro. Con i nuovi disoccupati della scuola che hanno visto il loro destino incrociarsi con quello di chi il lavoro in altri campi lo ha appena perso o non riesce proprio a trovarlo. «Questa fila è purtroppo il segno dei tempi – dice un’altra insegnante precaria, Paola Giannelli, che si è messa in fila alle 9,30 per uscire dal centro per l’impiego dopo quasi tre ore – Sì, ci sono molti insegnanti come me ma la maggior parte sono persone in cassa integrazione».
Stessa riflessione nelle parole di Lorenzo Carresi, ultima cattedra ricoperta quella di insegnante di lettere alle medie al Giglio: «Noi insegnanti precari andiamo in questi giorni ad ingrossare le fila purtroppo nutrite dei disoccupati».
Di “specchio dei tempi” parla anche Rosini: «La nostra non è una lamentela verso un ipotetico disservizio perché questo non c’è stato affatto. Gli sportelli erano tutti aperti e funzionanti ma sono stati presi d’assalto da nuovi e vecchi disoccupati, gente che ha paura, che è sfiduciata, che non può permettersi di rischiare che il pagamento della disoccupazione slitti anche solo di pochi giorni. Una cosa del genere non si era mai vista e bisogna interrogarsi tutti su questo».
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