Italia
Immigrazione clandestina chieste tre archiviazioni
GROSSETO. Il sostituto procuratore Laura D’Amelio ha chiesto l’archiviazione per tre dipendenti della Prefettura di Grosseto indagate nell’ambito dell’operazione “Caccia”, cioè quella sui presunti...
GROSSETO. Il sostituto procuratore Laura D’Amelio ha chiesto l’archiviazione per tre dipendenti della Prefettura di Grosseto indagate nell’ambito dell’operazione “Caccia”, cioè quella sui presunti illeciti commessi per favorire l’immigrazione clandestina.
Si tratta di Maria Renaioli, Silve Scalabrelli e Barbara Corsini, imputate tutte di peculato (perché si sarebbero appropriate delle marche da bollo prelevate da pratiche per 90 euro) e le prime due di aver attestato falsamente che i datori di lavoro avevano apposto in loro presenza la firma sui contratti di soggiorno relativi a vari lavoratori stranieri. Raggiunte nel novembre scorso dall’avviso di fine indagini, avevano incaricato della difesa l’avvocato Marco Calò. Questi ha presentato una memoria difensiva nella quale, in sostanza, argomenta l’insussistenza di ogni intenzione di contraffazione e tanto più del dolo.
Centrale, secondo la difesa, il protocollo tra ministero e associazioni nazionali di rappresentanza dei datori di lavoro, da ratificare anche a livello locale tra associazioni locali e Prefettura. Il protocollo fu firmato a Grosseto nel giugno 2007: prevede che le associazioni possano presentare i contratti di soggiorno per tramite delle associazioni firmatarie. Ed era prassi che tale contratto venisse firmato anziché dal datore di lavoro, dall’impiegato dell’associazione a cui il datore di lavoro rilasciava una delega. Ciò per sollevare lo Sportello unico dell’immigrazione da una parte del carico, anche perché spesso chi si presentava non sapeva compilare il modulo o fornire informazioni esatte.
Insomma, le associazioni effettuavano un primo vaglio autorizzato. Tant’è che sui moduli, accanto alla firma del datore di lavoro, veniva indicata la dicitura “per delega” e l’addetta allo sportello della Prefettura faceva apporre la firma all’impiegato dell’associazione che aveva portato i contratti, il quale consegnava la fotocopia di un proprio documento da inserire nella pratica. Un automatismo, ha sostenuto la difesa, che poteva far dimenticare di scrivere “per delega” o anche il controllo della presenza del documento: perché a presentarsi erano sempre gli stessi impiegati delle associazioni, talora delegati per ogni tipo di pratica. In nessun caso vi è una contraffazione della firma del datore di lavoro: caso mai si può ravvisare una negligenza, conclude la difesa. Idem per il caso di una pratica di conversione da lavoro stagionale a subordinato.
Tutte le posizioni (20 nel complesso gli indagati) sono comunque ancora in fase di definizione.(p.s.)
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