Il presidio
Una pubblicità blasfema? «No, segno di fratellanza»
Un musulmano inginocchiato con il viso a terra, un sacerdote che alza una croce durante la messa, un buddista con gli occhi al cielo. E poi una suora, un rabbino, donne musulmane, tutti
GROSSETO. Un musulmano inginocchiato con il viso a terra, un sacerdote che alza una croce durante la messa, un buddista con gli occhi al cielo. E poi una suora, un rabbino, donne musulmane, tutti ritratti in gigantografie da sei metri per sette e lo slogan “Io credo nel fotovoltaico”.
È la nuova campagna della società grossetana Helios Impianti che dal 23 aprile campeggia in alcuni cartelli di Grosseto – due si trovano vicino al sottopasso ferroviario allo stadio – e di molte grandi città italiane, come Firenze, Roma, Milano, Torino. E non è passata inosservata.
Nel capoluogo toscano l’indignazione per l’uso di immagini che rimandano al credo religioso per pubblicizzare un prodotto è entrata nel Palazzo, con il vicesindaco Dario Nardella che invoca di accelerare l’iter per approvare un regolamento sulla pubblicità.
A Grosseto sull’argomento è intervenuto giorni fa il vescovo Franco Agostinelli, che ha parlato di «cattivo gusto», di «evidente decadenza culturale, psicologica e umana» e di strumentalizzazione della fede per favorire «il mero mercimonio». «Simili iniziative - conclude Agostinelli - non meritano né spazio né tempo».
Eppure quei cartelli non smettono di far parlare di sé. Sull’argomento Marco Gasparri, direttore dell’agenzia di comunicazione Kalimero e presidente dell’Unione comunicazione della Cna di Grosseto, ha commentato che «scadere nella pubblicità blasfema o al limite del blasfemo non è solo di cattivo gusto, ma spesso è addirittura controproducente. Spesso fare questo genere di pubblicità è semplicemente una scorciatoia alla mancanza reale di creatività».
Ma chi sono questi creativi e come rispondono alle polemiche? La campagna è nata direttamente in casa Helios ed è la “creatura” di Franco Famà e Gloria Giangrande.
«Il messaggio è assolutamente positivo e oltre a non trasmettere nulla di blasfemo, non citando nessun passo della scrittura, trovo che se osservata nella sua interezza possa invece far riflettere sul senso di assoluta uguaglianza», si difende Giangrande.
«La campagna - prosegue - è stata realizzata per smuovere nell’inconscio collettivo, l’assoluta fratellanza fra i popoli: non esiste un credo religioso, che possa minare il rispetto del mondo in cui viviamo e il futuro dei nostri figli. Abbattere i muri e i tabù, migliorare il pensiero sociale è una cosa che non si fa in silenzio, ma si fa creando rumore».
Sulla pubblicità non esiste, in Italia, un codice etico di autoregolamentazione. In questo, come in tutti i casi precedenti – da Oliviero Toscani in giù – a decreterare se la campagna di Helios sia accettabile o no sarà un giudice superiore: il mercato.
Francesca Ferri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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