«Sulle unioni civili il Pd sbaglia tutto»
Le critiche di Christian Sensi, iscritto e presidente dell’Arci, al suo partito: «Dai giovani in consiglio mi aspettavo di più»
GROSSETO. Da Christian Sensi, avvocato, iscritto al Pd, presidente dell’Arci, arriva un duro atto di accusa nei confronti del proprio partito. E l’argomento sono i diritti civili delle coppie di fatto.
«Ringrazio Il Tirreno – scrive – per avermi permesso di commentare, in queste colonne, la recente sentenza della Corte di Cassazione sulle coppie omosessuali, ma soprattutto di esprimere un pensiero personale sull'argomento. Come molti lettori sanno, nonostante non abbia più ruoli attivi dentro il partito democratico, dedicandomi a fare politica nelle associazioni, sono e rimango un iscritto al Pd. Ed è proprio al mio partito che vorrei rivolgermi, immaginando, forse con un po' di presunzione, che possa interpretare l'umore di tanti altri iscritti ed elettori».
«Ciò che mi spiace di più e che mi ha spinto ad accettare di scrivere questa nota, è proprio la distanza che vedo tra il mio partito e la società civile sull'argomento dei diritti civili e delle unioni di fatto. Non ho accettato, come iscritto al Pd, che il gruppo consiliare che ho votato e che ho contribuito a far eleggere abbia a suo tempo assunto, sul registro delle unioni civili, una posizione confusa e indefinita. Una posizione che forse rispondeva più a logiche interne invece di aprire un serio dibattito sull'argomento proposto. Non l'ho accettato e il mio sentimento è rimasto del tutto privato sino alla pronuncia della Corte di Cassazione di qualche giorno fa».
Una sentenza che ha messo un punto fermo.
«È stato infatti decisamente forte il rammarico nell'ammettere che un consesso di giuristi avesse una comprensione della società molto più avanzata ed attuale del mio partito che, per sua funzione, dovrebbe captare prima di altri le richieste della società civile. È chiaro come i limiti del mio partito, a Grosseto, derivino da limiti generali della politica nazionale; ciò però non è una scusante, anzi aumenta il rammarico perché il partito per il quale ho fatto il consigliere comunale dimostra di non aver minimamente recepito il senso di certe battaglie portate avanti in passato anche al suo interno. Ritenevo, sbagliandomi, che un gruppo consiliare formato, ora come non mai, da giovani, potesse aprire un dibattito serio senza perdersi in quelle logiche che gli stessi "giovani" contestavano ai più anziani della politica».
«La risposta che molti mi daranno, con un artificio logico da cui la politica - almeno quella che lascia spazi agli ideali e alla visione del futuro - dovrebbe essere aliena, sarà sicuramente questa: "il registro non dà diritti e comunque vi si iscrivono in pochi". Non importa il numero. Questa è una battaglia inclusiva che non toglie diritti a nessuno, che è vincente anche se non si iscrive nessuno o anche se abbiamo avuto la consapevolezza di fare qualcosa per pochi. È vero, non si creano diritti per delibere comunali ma si permette che certe situazioni vengano riconosciute, si agevolano quei diritti che in altri luoghi devono essere riconosciuti, si fa una battaglia di civiltà e si dà un segnale molto più importante del dibattito sulle nostre questioni interne . Queste righe vogliono essere un appello al Pd, se non ad approvare un registro delle unioni civili per lo meno ad avere il coraggio di riaprire il dibattito e di valutarne i possibili approdi. Voglio continuare a fare politica ma vorrei farla confrontandomi sulle idee e non certo nascondendo i problemi sotto il tappeto».
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