Il presidio
«Evitiamo la fuga delle aziende»
Francesca Gori
Delocalizzazioni appetibili e troppi paletti da parte dei territori
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GROSSETO. La parola d'ordine dei sindacati è mantenere l'occupazione sul territorio. Una storia vecchia come il mondo che però sembra aver sempre bisogno di essere ribadita. Nel villaggio globale, infatti, si fa presto a cambiare indirizzo. E a preferire l'estero, ad esempio. Scelta, questa, fatta da diverse azienda del territorio, che, delocalizzando, hanno impoverito la Maremma di posti di lavoro. «I Comuni, le istituzioni - dice Fabio Della Spora, segretario della Femca Cisl - devono cercare di trattenere le imprese sul territorio per non perdere posti di lavoro. Quello che è successo all'impianto di Scarlino è l'esempio di questa situazione. Non è più tempo per opporsi ad ogni costo ai progetti industriali. Bisogna accompagnare la crescita e lo sviluppo, e gestire i processi produttivi». La vicenda dello stop all'impianto di Scarlino Energia, non è certo stata risolta. I dipendenti sono rientrati dalla cassa integrazione dopo che il Consiglio di Stato ha decretato la sospensiva della decisione del Tar che ha bloccato l'impianto e ha tenuto con il fiato sospeso 65 famiglie. «Tutte le imprese che si trovano nel polo chimico del Casone - aggiunge Della Spora - dvono essere gestite senza però perdere posti di lavoro». Al Casone, le preoccupazioni maggiori riguardano l'ambiente e l'inquinamento. Normale quando si parla di un polo chimico di quelle dimensioni. Basta pernsare alla Tioxide, con i suoi 250 dipendenti diretti e gli oltre 150 dell'indotto. «La società ha firmato un protocollo d'intesa con le istituzioni - dice il segretario dei chimici della Cisl - per un investimento pari a 50 milioni di euro. Sette di questi ricadranno anche sul territorio, con infrastrutture e messa in sicurezza». E anche alla Solmine, nonostante qualche soffio di crisi si sia sentito soprattutto per la scelta fatta dall'Archema, la società-cliente numero uno dell'azienda di Luigi Mansi, di mettere i propri dipendenti in cassa integrazione e rallentare così la produzione, gli investimenti fatti sono di 8 milioni di euro. E tutte le altre imprese? nel settore chimico-tessile non si vivono tempi felici. Quello che succede alla Mabro è il simbolo di quello che la crisi rappresenta, nonostante ci siano fabbriche che hanno deciso di cambiare passo. «Il problema principale è che oltre alla crisi generale nel comparto - aggiunge Della Spora - anche le banche non se la passano bene ed è difficile per gli imprenditori ottenere l'accesso al credito. Se poi i territori si mettono di traverso, si rischia di far uscire le produzioni dalle nostre città. Basti pensare ai benefit che offre ad esempio la Serbia, per impiantare aziende là». Il messaggio, insomma, è chiaro: i Balcani non sono poi così lontani. E a qualcuno potrebbero anche suscitare diversi appetiti.
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