«Tassiamo i cacciatori per i danni causati dai cinghiali» Scola scatena la polemica
Lorenzo Santorelli
Federcaccia: il territorio è ben gestito. Lav: sentiamo gli esperti Bizzarri: l'unico sistema è incrementare gli abbattimenti
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GROSSETO. Tassare la casta per rimediare ai danni da essa prodotti e istituire un organismo tecnico, super partes, che gestisca il bene comune. Non stiamo parlando di colletti bianchi, auto blu e palazzi romani ma di doppiette, divise mimetiche e ungulati. Ha scatenato un vespaio di reazioni, e di polemiche, la proposta del presidente della sezione grossetana di "Italia Nostra", Michele Scola, di tassare i cacciatori di cinghiali per i danni causati. Danni causati da quei cinghiali che non sarebbero più «quelli autoctoni maremmani, di taglia ridotta e poco prolifici, scomparsi da decenni» perché «travolti dalla marea di grossi, voraci e prolifici cinghiali importati dai paesi dell'est europeo dalla stessa lobby della caccia che ora ne lamenta la dannosità». Una misura tesa a disincentivare le «pratiche barbare di una truce consorteria che, spalleggiata dalla lobby economico politica, orchestra campagne mediatiche per poter cacciare dovunque e per dodici mesi all'anno». Il tutto finanziato da Regioni e Province che «erogano ogni anno, per coprire e prevenire i danni provocati dai cinghiali (per non parlare dei daini, dei mufloni, dei cervi, dei caprioli, anch'essi di importazione) somme incalcolabili di denaro pubblico, per risarcire gli agricoltori e le vittime di incidenti stradali, consentendo al tempo stesso ai cacciatori di perpetuare stragi sempre più ampie e incontrollate, adesso addirittura anche all'interno dei parchi e delle aree protette». Per questi motivi, conclude Scola, oltre alla "tassa di scopo" occorre «affidare la gestione della fauna a organi tecnici e super partes, togliendo poteri decisionali ai cacciatori. Lo scopo di questi ultimi è chiaro: cacciare dovunque e per dodici mesi all'anno, producendo a getto continuo delle belle sfoltite ai cinghiali». Con i fondi raccolti invece si potrebbe affrontare «su basi scientifiche, l'effettivo problema dell'invasività dei cinghiali». Una dura reprimenda alla quale Federcaccia ha risposto altrettanto piccata, accusando il presidente di Italia Nostra di «frequentare i salotti ambientalisti e non il territorio. Scola non conosce bene la storia della Maremma, forse non è nemmeno maremmano, non conosce come la Regione risarcisce i danni provocati dalla selvaggina, non sa che le tasse salate già le paghiamo anche per i danni provocati dalla mancata gestione di tante aree protette, dove si utilizzano i soldi della comunità e dei cittadini». «La caccia in Maremma - aggiunge il presidente provinciale di Federcaccia, Luciano Monaci - fa parte delle nostre usanze e tradizioni, cultura e un tempo sopravvivenza di molti, attaccata sempre da un mondo ambientalista animalista fondamentalista che non capisce quanto sia importante gestire un territorio per la salvaguardia della biodiversità e delle sue origini. Una legge nazionale, la 157/92, e una regionale, la 3/94, regolano l'attività venatoria nelle aree a caccia programmata, ben gestita da Atc e cacciatori, con fondi esclusivamente del modo venatorio e mai integrato da risorse pubbliche». Dopo aver sottolineato che i biologi dell'Ispra «non credono più alla leggenda risalente agli anni '70 dei cinghiali provenienti dall'est europeo» ed essersi chiesti come mai «la stessa Italia Nostra si faccia rappresentare nella consulta provinciale da un cacciatore», Monaci avvicina Scola a Tremonti e chiosa ironico: «tassiamo il cacciatore, indeboliamo i loro portafogli e con i soldi ci pensiamo noi a risolvere il problema». In mezzo a questo bailamme la Lav e il Circolo arcobaleno di Preselle prendono posizione a favore di Italia Nostra, «è importante ricordare come la soluzione non può essere affrontata da chi l'ha causata. Perché non cominciare ad ascoltare etologi ed altri esperti, per affrontare seriamente il problema e senza crudeltà su questi esseri senzienti e senza colpa?», mentre il sindaco di Scarlino, Maurizio Bizzarri si schiera con i cacciatori. «Non sono certo una casta di ricconi. Per far fronte ai danni arrecati dagli ungulati, altro sistema non c'è se non quello di incrementare gli abbattimenti».
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