Il Tirreno

Grosseto

Il ritratto. La passione per le due ruote, l’amore per Sara e la laurea in Ingegneria a un passo

La vita veloce di Simone "Tomby" L'arte del sorriso per battere il dolore

Federico Lazzotti
La vita veloce di Simone "Tomby" L'arte del sorriso per battere il dolore

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 GROSSETO. Dal vortice del dolore non riesci a scappare nemmeno se sei Eddy Merckx e se hai sotto al sedere una moto che in meno di dieci secondi ti fa volare a più di duecento all'ora. Fa lo stesso se il tuo soprannome è "Tomby", perché quando hai imparato a sciare, sulle piste della val di Fassa, andavi giù come Alberto Tomba.  Simone Lampis per venticinque anni ha cercato con tutti i mezzi di allontanarsi da quell'ombra che lo seguiva prima ancora che venisse al mondo: la tragica morte della sorellina in un incidente stradale, nel 1984, e poi la scomparsa della madre, dipendente del Comune di Grosseto, che lo scorso anno una rara malattia si è portata via in poco più di un mese.  Con quel sorriso da guascone ogni tanto decideva di andare forte: l'acceleratore - forse - per lasciarsi il presente alle spalle. «Gli piaceva scherzare con i motori - ammette chi lo ha visto crescere tra Roccatederighi, Ribolla e Grosseto - ma con lui era impossibile scontrarsi. Quando la discussione prendeva una brutta piega, ti guardava in faccia e si allargava in un sorriso che fermava il tempo».  Racconta Elisa: «Non ci posso credere che sia successo con Lei che era la tua passione più grande: maledizione. Ti ho visto crescere e l' ultima volta che ci siamo visti, come sempre eri sorridente, quel sorriso che riscaldava il cuore. Mi sembra impossibile. L'unica cosa che mi rincuora è che raggiungerai e potrai riabbracciare le persone più importanti della tua vita».  "Lei" era la sua moto, ma per Simone uno scooter o un apetto non facevano differenza. Bastava andare. Sul suo profilo Facebook ci sono le foto di lui in pista con la Yamaha R6 sulla quale l'altra notte stava tornando a casa: il pollice alzato in una piega e poi in piedi seduto sul serbatoio come se fosse uno stuntman. Ce n'è un'altra di foto. Simone è fuori da un motodromo: è abbracciato a Paolo Beltramo, inviato di Italia 1 ai box durante i gran premi; gli stringe la mano come se accanto avesse una star di Hollywood o il chitarrista del suo gruppo preferito.  A volte Simone cadeva, ma si rialzava subito. «Aveva avuto un paio di incidenti stradali in passato - spiega un amico, all'obitorio di Castiglione - qualche ammaccatura, niente di grave. Ci scherzava. Li raccontava e sorrideva. Era un ragazzo intelligente, capace, a Firenze stava per laurearsi in ingegneria gestionale e qui aveva conosciuto Sara, la fidanzata».  Giovedì notte ha messo il casco e abbassato la visiera per l'ultima volta. Da Castiglione della Pescaia, dove il padre e il fratello Stefano gestiscono alcune strutture ricettive, avrebbe dovuto raggiungere l'abitazione di Grosseto, alla Cittadella. Aveva cenato con i familiari.  Poi un giro in centro, a Castiglione, dov'era in programma la notte bianca. L'ultima corsa per uscire dal cono d'ombra del dolore. Prima di partire è riuscito a salutare un'amica, che racconta così l'ultimo incontro: «Era una vita che non ci vedevamo - sono parole di Susanna - così per caso t'incontro e tu conosci la mia bimba. La vita infame ti ha portato via prima la persona più importante della tua vita e adesso tu. Ecco l'unica cosa che mi rincuora in questo momento è sapere che sei lassù insieme a lei».

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