Il Tirreno

Grosseto

Nelle perizie degli specialisti i segreti del pugile mammone

«Quando spacco mi sento libero» Ecco la ragnatela firmata da Gino

Federico Lazzotti
<b>IN BICI.</b> Gino Fatarelli durante uno dei suoi blitz notturni
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IN BICI. Gino Fatarelli durante uno dei suoi blitz notturni

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 GROSSETO. «Se spacco mi sento libero, sto bene e sono soddisfatto, non so di che. A me piace vedere la ragnatela nel vetro davanti e quello dietro tutto vuoto. Io esulto quando viene così, ho la sensazione di creare una donna di vetro. Il buco con la ragnatela intorno mi dà un senso di bello, se rompo e non viene la ragnatela mi arrabbio e non sono soddisfatto».  Gino Fatarelli, 56 anni, ex infermiere, è seduto davanti ai quattro psicologi nomitati dal 2007 ad oggi da altrettanti giudici che volevano valutarne la capacità di intendere e volere, quando cerca di tradurre in parole il piacere che gli dà distruggere i lunotti delle auto e il dolore che certe volte prova dopo averlo fatto pensando ai proprietari. «Gente che lavora - li definisce durante uno degli incontri con la dottoressa Antonella Armani - magari operai ai quali faccio un danno ma ai quali non ho mai rubato niente».  Per capire il presente di "Spaccalunotti" i medici hanno cercato di scavare nel suo passato, in quella gola di esperienze dalle quali esce l'irrefrenabile pulsione che lo spinge fuori di casa, di notte come di giorno, spesso in sella alla sua bicicletta, e gli dice, come racconta lui stesso: «Fallo, fallo fallo» quando è davanti al cristallo di un'uto con un sasso in mano.  Alle radici del suo comportamento - è uno dei tratti che accomunano le quattro perizie - ci sarebbe un'infanzia turbolenta segnata da un trauma. «Per quello che è successo quando avevo 8 anni - racconta - scappavo da scuola. Un giorno scappai e non ci andai più». Era il 1969. Cinque anni dopo arriva la prima incriminazione per furto. «Feci una settimana di carcere perché rubai una macchina - ricorda Fatarelli - Litigai in casa per una bischerata, presi la macchina di uno che abitava sotto casa mia, c'erano le chiavi. Andai a Torrita di Siena a trovare una ragazza: mi fermarono ed ero senza patente».  Dal carcere alle comunità di recupero il passo è breve. Arrivano le terapie, altre condanne. In mezzo c'è la passione per il pugilato e il pallone, il culto del fisico. «Adottai questo sistema per difendermi, giocare benissimo a pallone, così mi chiamavano per giocare. E poi volevo essere sempre su di peso, spalle larghe, un bel fisico: peso ma non grasso». Negli anni l'unico rapporto che non tramonta mai è quello con la madre scomparsa lo scorso anno. «Era la mia padrona benevolmente ed economicamente ma non mi ha fatto crescere», la descrive lucidamente Fatarelli.  Poi nel 2006 i primi raid sulle auto in sosta. La condanna per 39 episodi tra il giugno e il luglio dello stesso anno dislocate tra Scarlino, Castiglione e Grosseto. Un nuovo arresto nel 2009 ad opera della polizia dopo mesi di appostamenti intorno allo stadio Zecchini. Lo scorso dicembre ancora le manette, ma stavolta per non aver rispettato il divieto di uscire di casa tra le 21 e le 7 del mattino.  Dai colloqui con due specialisti dell'unità funzionale di Salute Mentale di Grosseto emerge un «atteggiamento molto manipolativo da parte di Fatarelli che avrebbe più volte utilizzato anche la sua attitudine a distruggere i lunotti delle auto per strumentalizzare gli operatori, con atteggiamento rivendicativo e ricattatorio oltre che per ottenere visibilità sulla stampa locale.  Spaccalunotti, dunque, cerca attenzioni. Ma agisce - come scrive il dottor Romano Fabbrizi, l'unico dei quattro ad avere riconosciuto una parziale infermità - in un forte stato di instabilità emotiva che lo porta ad esprimere la propria labilità emotiva.  Per tutti i medici quella della distruzione dei lunotti è un'irrefrenabile necessità. La stessa che colpisce cleptomani, piromani e giocatori d'azzardo. Sanno di doversi fermare ma non lo fanno, prigionieri della propria ragnatela. La stessa che poi si riflette nel lunotto.

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