Il Tirreno

Grosseto

Le istituzioni. Asl, Comune e Coeso hanno fatto il punto sul caso della giovane egiziana

«Per Fathy fatto anche l'impossibile Ma il marito non voleva separarsi da lei»

Sara Landi
«Per Fathy fatto anche l'impossibile Ma il marito non voleva separarsi da lei»

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 GROSSETO. «Per la famiglia Fathy abbiamo fatto il possibile e anche l'impossibile ma purtroppo non è bastato». Sono parole di Fausto Mariotti, direttore generale Asl 9, ma interpretano anche la posizione del sindaco Emilio Bonifazi, dell'assessore alle politiche sociali Luca Ceccarelli e del direttore della Società della salute Area grossetana Fabrizio Boldrini. Ieri hanno incontrato la stampa (foto) per ricostruire il percorso assistenziale di cui Mohamed e Donya hanno beneficiato fino al dramma del distacco della placenta e della morte del feto all'ottavo mese di gestazione. Emergono anche particolari nuovi che inquadrano in modo diverso l'intera storia. Come il fatto che Donya fosse seguita periodicamente per la sua gravidanza particolaremente a rischio in ospedale «dove però - dice Mariotti - solo in occasione della visita del 2 giugno una dottoressa viene a sapere che la giovane dorme in macchina. Viene quindi prospettata al marito Mohamed, unico interlocutore perché la donna non parla italiano ed è un ulteriore ostacolo in questa storia, la possibilità di un ricovero cautelare che l'uomo rifiuta perché non vuole separarsi dalla moglie».  Anche l'ufficio emergenza abitativa del Comune da parte sua certifica il fatto che «il signor Fathy ha sempre rifiutato soluzioni alloggiative che riguardassero solo la moglie». In particolare, malgrado la prima domanda di inserimento da parte di Mohamed Fathy nel programma di emergenza abitativa risalga all'ottobre 2009, sono gli eventi convulsi dell'ultimo mese a segnare il tragico epilogo. Da quando la famiglia Fathy e le altre cinque sono costrette il 31 maggio a lasciare Casa Betania e si ritrovano per strada. «La famiglia Fathy è stata ospitata al residence Blu Maremma fino all'8 maggio insieme alle altre cinque - si legge nella ricostruzione del caso fatta dall'ufficio emergenza abitativa e dal Coeso - e prima di quella data l'ex assessore alla casa Anna Guidoni convoca le famiglie per dire che l'ultimo intervento che il Comune può fare è ospitarli a Casa Betania fino al 31 maggio».  Su questo punto interviene per chiarezza anche il sindaco: «Casa Betania è il luogo da cui queste persone sono state mandate via ma è stato il Comune a sfrattare le famiglie. Inoltre c'è una convenzione con questa struttura ma il Comune non paga un canone: dà solo un contributo forfettario a chi la gestisce». Cosa succede dunque una volta che la famiglia Fathy si trova a dormire in auto? Sono ancora il Coeso e l'ufficio emergenza abitativa a fare il punto. Dall'1 al 9 giugno Mohamed Fathy prova a occupare abusivamente due alloggi, uno comunale e uno privato. Il 10 si presenta all'ufficio emergenza abitativa con un referto medico che riguarda la moglie. Il 13 Mohamed va dalla segretaria del sindaco e parla anche con il funzionario comunale dei servizi sociali. Viene contattato il Centro di aiuto alla vita e la presidente Pettinari dà la disponibilità per un alloggio temporaneo per la sola Donya. Il giorno dopo Mohamed rifiuta questa soluzione dicendo di essere ospite di una famiglia assegnataria di una casa popolare. Il 16 l'ultimo incontro tra Fathy e l'ufficio del Comune. Quello più drammatico, in cui l'uomo comunica la morte del figlio.

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