Sicurezza
Addio Zomba, voce della Maremma
Gabriele Baldanzi
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ANNI 40. Due foto storiche di Zomba allinizio della carriera Ha fatto sognare e ballare più generazioni, ha portato Mina e la Vanoni
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GROSSETO. L'ultima apparizione su un palco risale a due anni e mezzo fa. La sua voce stregò piazza Dante nella notte del capodanno 2009 organizzato dall'associazione Billy Pilgrim. Zomba, al secolo Fosco Marchetti, leggenda vivente dello swing toscano da oltre mezzo secolo, ieri ci ha lasciato, circondato dall'affetto della moglie Elda Maestripieri, della figlia Stefania e del genero Alessandro Cardelli, dei nipoti Tommaso e Caterina. Un pezzo di storia della città che merita di essere raccontato. Le serenate. Classe 1926, Zomba aveva mosso i primi passi nel mondo della musica alla fine degli anni Trenta, nel retrobottega del Caffè Franci, in piazza delle Catene. Insieme ad Omero Pucci, che lo accompagnava con la chitarra, aveva imparato le prime canzoni. Due-tre serenate. Perché allora Grosseto era un paesone, la gente si conosceva tutta; un'altra dimensione. La sera, dopo cena, i giovanotti andavano sotto le finestre delle ragazze per intonare canzoni d'amore. E a volte un'intera via si affacciava e applaudiva. Era Fosco Marchetti il destinatario di quegli apprezzamenti. Zomba no. Lui venne dopo, negli anni '40. In mezzo centinaia di ore in sala-prove nel Chiasso degli Zuavi, per imparare canto corale. Il soprannome. Tutti lo chiamavano così - Zomba - dal 1943, quando, sfollato a Castel del Piano, con i capelli corvini e ricci, la pelle scura, un certo Fazzi gli appioppò quel nomignolo esotico, "africano". Ed è Zomba, non Fosco, che hanno conosciuto i maremmani cresciuti negli ultimi 60 anni ascoltando il suono della sua voce tra una balera e un dancing. La musica come elisir. Poi, a 18 anni, la svolta. Marchetti riunì alcuni amici e fondò la Junior Jazz, suonando e cantanto jazz e swing, musica del Nord e del Sud America. Il gruppo diventerà il Quintetto grossetano. Il leggio per le partiture - che ancora conservava - era metà bianco e metà rosso con il grifone al centro. «Suonavamo - ci ha raccontato - anche per le truppe americane e qualche anno fa alcuni reduci sono tornati a Grosseto sui luoghi che li avevano visti soldati e mi hanno invitato per ricordare quei tempi». The voice della Maremma. Zomba era questo: un uomo e un artista romantico. Nel 1948 lo mandarono a fare il militare a Palermo e laggiù trovò un'orchestra ad aspettarlo. Musicisti veri. Nel 1955 partecipò al Festival della canzone italiana di Nizza con tre canzoni inedite. Eppure i suoi locali preferiti restarono sempre la Rotonda di Marina, il Gigliola, il Gatto Bigio, Riva del Sole. Grazie al suo traino arrivarono sui palcoscenici grossetani dell'epoca grandi artisti come Mina e la Vanoni. Sì, perché negli anni '50 e '60 Zomba era la voce più richiesta in molti club della Toscana. Diventò una sorta di simbolo della Maremma di Bianciardi, di Kansas City. Con il Quintetto Grossetano e con i Delfini musicò la colonna sonora del boom economico di Grosseto. Polivalenza. Poi il '68, i Beatles, un'epoca che si chiude. In molti abbandonarono l'orchestra per tornare ad altri mestieri. Zomba no. Decise di restare nel ramo: direttore alla sala Eden, speaker nelle riunioni di boxe, barman, di nuovo cantante, perfino ciclista. Nell'ultima intervista rilasciata al nostro giornale, rivolgendosi alle giovani generazioni di musicisti, con il garbo che lo distingueva, li invitò a fare meno chiasso e più musica e sulla clientela di certi locali commentò: «prima si andava nei locali per godersi il concerto; oggi sempre più spesso alla musica non si bada neanche, si va solo per bere». Verità inconfutabili.
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