Il Tirreno

Grosseto

A caccia di un tetto per salvare il bambino

Lorenzo Santorelli
<b>DALLO SFRATTO AL DOLORE </b>Il 31 maggio l&#146;addio Casa Betania. Ieri le lacrime
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DALLO SFRATTO AL DOLORE Il 31 maggio l’addio Casa Betania. Ieri le lacrime

Odissea di 16 giorni: a fine maggio sfratto da Casa Betania, le notti in auto, ieri il dramma

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 GROSSETO. Per sedici giorni Mohamed ha cercato disperatamente una sistemazione dove far nascere suo figlio. Dopo due gravidanze andate male, stavolta il feto era arrivato all'ottavo mese. Mancava poco e così questo egiziano che da tredici anni vive a Grosseto ha bussato alle porte del Misericordia, del Comune, dei servizi sociali e della Curia. «Mi basta una sistemazione finché non nasce mio figlio, nel frattempo io avrò riscosso il primo stipendio e cercheremo una casa» diceva, ottenendo come risposte solo dinieghi. Una remissività che ha costretto lui e la moglie incinta a dormire due settimane in macchina, una sistemazione che ne ha minato il fisico fino, forse, a provocare l'aborto.  Quando è partito da Alessandria d'Egitto, Mohamed aveva appena compiuto 18 anni. Oggi che ne ha 31 se gli chiedi come mai sia finito a Grosseto e non in qualche metropoli risponde semplicemente «perché adoro la Maremma. Ho un amico qui che mi ha ospitato per un po' di tempo e poi ho deciso di trasferirmi». Non ha trovato tappeti rossi ad accoglierlo ma un territorio e una comunità che gli hanno permesso di vivere dignitosamente per la maggior parte di questi tredici anni. Ad esclusione dell'ultimo quando un'ingiunzione di sfratto ha sancito l'inizio della sua odissea.  La coppia non naviga nell'oro però si accontenta di quanto ha e decide di mettere su famiglia. Ma quello che sembra un ultimo imprescindibile tassello a coronamento di un sogno, si trasforma nell'inizio di un ciclico calvario. Donya infatti rimane incinta a metà 2008 ma il feto interrompe il suo cammino alla ventunesima settimana.  Dopo lo choc per la mancata primogenitura, i due giovani genitori decidono di riprovarci e dopo pochi mesi la donna è nuovamente in dolce attesa. Se il maschietto non ce l'aveva fatta, la femminuccia sembra aver intrapreso la strada giusta. Ma al settimo mese di gestazione, un male incurabile spezza il le speranze.  Dony non ha problemi di ferilit, la sorte è crudele ma slegata da disfunzioni genetiche, e così con amore e caparbietà i due aspiranti genitori decidono di riprovarci. Siamo a novembre 2010. Questa volta però le difficoltà si presentano fin dall'inizio e non sono legate alla gravidanza. Per colpa della crisi, Mohamed aveva perso da qualche mese il suo ultimo lavoro di pizzaiolo. La moglie è minata dalle gravidanze e i risparmi vengono prosciugati in pochi mesi. Non potendo più pagare l'affitto i due si ritrovano a dormire in macchina ad inverno inoltrato. A quel punto interviene il Comune che li sistema, insieme ad altre famiglie in emergenza abitativa, nel residence Blumaremma di Marina. Una soluzione tampone che l'ente paga: 500 euro al mese per famiglia contro i 250 che vengono richiesti ad un privato per lo stesso periodo di bassa stagione. Passano i mesi, la pancia cresce ma il lavoro non arriva. Puntuale giunge l'8 maggio l'ennesimo sfratto e il Comune decide di concedere alle famiglie un'ultima possibilità. Fino a fine mese sarebbero state ospitate a "Casa Betania", la casa per ferie adiacente al seminario vescovile la cui gestione è affidata a dei privati ma la proprietà è della Curia.  Il Comune paga ma ad un prezzo di favore, 3000 euro per tre settimane. Scadute le quali, il 31 maggio, la direttrice chiama la municipale esigendo il rispetto degli accordi. «Siamo un albergo privato e domani arriva una comitiva» si giustificherà. Nel frattempo il bambino è al settimo mese e Mohamed ha trovato un nuovo lavoro come pizzaiolo. Inizia così un pellegrinaggio tra l'ospedale, «dicevano di non poterla tenere per un mese perché non sono un albergo», il Coeso ed il Comune, «il sindaco non ha mai voluto riceverci, la segretaria ogni volta ribatteva che case libere non esistono». Dopo alcune notti in macchina, Mohamed decide di seguire l'esempio di un suo amico e occupa uno degli appartamenti vuoti in via Mazzini 22. Non passano nemmeno 24 ore e la moglie ha bisogno di una visita in ospedale. Al loro ritorno, trovano l'appartamento sigillato e devono dormire nuovamente in macchina. Mohamed rinuncia anche all'ultimo impiego per la moglie. Poi il tragico epilogo. «Oggi mi ritrovo senza casa, senza lavoro e soprattutto senza mio figlio».

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