Il Tirreno

Grosseto

LE TESTIMONIANZE

«La carta? Nel nostro istituto la comprano gli studenti»

El.Gi.

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 GROSSETO. Valentina Piconese, trent'anni, meridionale, ha un contratto annuale in due diverse scuole maremmane. In una di queste, l'Ipsia di Follonica, non ci sono neppure i soldi per le fotocopie. Gli studenti sono costretti a "tassarsi" per comparsela da soli. «Diviso per una classe il prezzo si ammortizza, ma non è giusto. Siamo in una scuola dell'obbligo e dovrebbe essere la scuola a provvedere». È stato il preside a ordinarlo? «No - dice - non è una cosa istituzionale. È un fatto di coscienza, lo facciamo per avere la carta». Che non serve a farci aeroplanini, ma alle più elementari necessità didattiche. E pensare - racconta ancora Valentina - che «sono quattro anni che ho una cattedra annuale e quindi rientro tra le persone fortunate, almeno per quest'anno. Ma quanto durerà? Tu investi, compri casa, fai un mutuo e non hai nemmeno la possibilità di affrontare le spese minime di una famiglia. Il mio contratto dura al 30 giugno, poi ricomincio a settembre. Le prospettive non sono rosee, i precari non hanno gli stessi diritti degli altri. Noi non abbiamo riconosciuto i giorni di lutto. Se muore il parente di un precario non è come il parente di una persona che lavora a tempo determinato». MARIA RITA, 44 ANNI «Trattati come dei cani» Maria Rita Zanaboni, 44 anni, si ritrova a fare la precaria a quest'età «col capello bianco e con la gioventù che mi sboccia dai capelli», si fa per dire. Quest'anno insegna alla Leonardo Da Vinci e Arcidosso, pianoforte e orchestra. Alla scuola ha sacrificato una carriera da concertista, e ora farà vertenza al ministro Gelmini. «Sono ordinaria a cattedra dal 1990. Dall'anno scorso non mi hanno rinnovato incarico annuale e sono stata costretta ad accettare supplenze, del tipo: dare un pezzo di pane al cane. Ho accettato. La nostra situazione è devastante, mia sorella ha festeggiato le nozze d'argento come precaria, ci vediamo sorpassate in graduatoria da gente che ha preso l'abilitazione a cattedra vent'anni dopo di noi, grazie a leggi e leggine. Ti vedi privata della dignità, ora per esempio mi ci vuole la macchina nuova, e non posso. C'è chi ti dà il finanziamento, chi non te lo dà. Impossibile mettere su casa e famiglia, fare progetti: sei veramente a un livello da morto di fame. E pensare che ho dato la mia vita per lo Stato, per i ragazzi e la cultura. E questa una società civile?». PATRIZIA, 20 ANNI D'ATTESA «Siamo dei morti di fame» Patrizia Borracelli è precaria da vent'anni. «Ho fatto il concorso di abilitazione nel 1990 e speravo di poter entrare», spiega. «Aspetta aspetta non sono mai entrata. È stato un continuo, ho cambiato molte scuole, una all'anno e ogni anno era un contratto diverso. L'ultima è stata Sorano. Più lontano non potevano mandarmi. Quest'anno non ho avuto nemmeno l'incarico a scuola, pur essendo di buon livello (sono quarta) non mi è toccato e da neanche un mese ho dovuto accettare un lavoro di sei ore a Ribolla, dove spendo di benzina più di quello che guadagno. Il contratto dura fino a giugno. Meno male perché è una maternità, altrimenti poteva durare anche quindici giorni. Non ho figli, ma un marito sì. Quest'anno mi sono trovata praticamente senza stipendio, ad arrangiarmi come posso, a prendere lavori che, invece che aiutarti, ti mettono in difficoltà con la famiglia. Devi rinunciare a qualsiasi cosa. Oggi (ieri, ndc) manderò la raccomandata al ministro Gelmini. Poi farò la vertenza insieme agli altri, credo proprio di avere i requisiti».

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