Il Tirreno

Grosseto

LA LETTERA

Non vogliamo rovinare nessuno Ma perché fermare il progresso ai danni di migliaia di cittadini?

Giovanni Cassai

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Sono un cittadino di Grosseto e conosco i malumori di "piccoli" commercianti che invocano la chiusura domenicale e la limitazione, nel numero e nella superficie coperta, dei grandi centri commerciali. Fra loro, questi commercianti, ho amici e conoscenti dei quali comprendo benissimo le ragioni, che però non condivido.  Non ebbi sentore di grandi proteste quando l'avvento del metano fece scomparire i venditori di gas in bombole. Alcuni di loro tentarono di proseguire con la sola risorsa degli elettrodomestici, ma loro stessi pagavano una lavatrice all'ingrosso più di quanto la grande distribuzione la vendesse al dettaglio.  Analogamente per gli spacci di generi alimentari, macellerie e panifici. Scomparsi, o quasi, perché coloro che sono riusciti a investire in idee, ricerca e qualità (sì, anche in questi settori) hanno invece incrementato il proprio volume di affari. Ne sono esempio alcuni panifici, indifferentemente sia industriali che prettamente artigianali, per accedere ai quali occorre munirsi di numerino all'ingresso. Così pure macellerie, oreficerie e via dicendo.  Nessuno, credo, vuole per picca che decine di antiche o nuove famiglie di commercianti debbano trovarsi in difficoltà a proseguire l'attività, ma non vedo perché decine di migliaia di cittadini debbano rinunciare a quanto il progresso può offrire. Sono stufo di leggere sui giornali della Toscana le diatribe fra associazioni di commercianti e perfino fra alcuni di essi e l'associazione cui sono iscritti. I cittadini nessuno li ascolta?  L'inaugurazione del nuovo centro commerciale di Grosseto ha visto, e vede tuttora, un flusso continuo di avventori che, specialmente la domenica, si recano fra quei grandi capannoni climatizzati, dove la merce è in vendita, ben visibile, al medesimo e spesso accessibile prezzo per tutti. Qualcuno vuole che questo plebiscito di fatto non conti, vuole che la preferenza di queste persone non sia tenuta in alcuna considerazione, a tutto vantaggio dell'interesse di pochi commercianti che, in definitiva, chiedono di poter essere loro a dettare le regole degli acquisti.  C'è sempre chi, ma sono sempre gli stessi, vede nel commercio domenicale l'ovazione al consumismo più sfrenato, mentre loro, benché commercianti, invitano a trascorrere la domenica in famiglia, a spasso nei boschi o al cinema. Invitano a un commercio in ore consone al commerciante, non alla clientela, invitano a pagare il "giusto prezzo" della piccola distribuzione e, magari, a non aprire attività concorrenti nei paraggi.  In realtà, credo che poco importi loro come gli altri trascorrono la domenica, se sono felici o soffrono, se vanno a cavallo o in auto. È evidente come per costoro la "Morale" cui si appellano è, tanto per non cambiare, al soldo dei propri interessi, per continuare a godere di quei privilegi che hanno reso alcuni di loro dei benestanti.  Nei paesi poveri non c'è consumismo, c'è fame, malattie e tanto, tanto desiderio di stare meglio, di vedere diffuso il benessere, che è fatto di cibo, sicurezza, assistenza, ma anche di opportunità e, perché no, di cose. Cose come un elettrodomestico, un giaccone a costi contenuti, scarpe da scegliere a volontà, un telefonino per parlare a un affetto lontano e... qualche pietruzza colorata. Henry Ford sosteneva che «C'è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti». Proviamo ad estendere il concetto.  Non credo che sia ragionevolmente possibile sostenere che un consumo sobrio non possa essere fatto di domenica e non possa essere a buon mercato.

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