Futuro a tinte scure c'è anche l'incognita di 4,2 milioni di tfr
Enrico Pizzi
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ORE DANSIA nella fabbrica Mabro 3 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. Non sono buone le notizie che sono arrivate da Firenze, dopo l'incontro del tavolo convocato dall'assessore Gianfranco Simoncini, con la proprietà della ex Mabro, gli enti locali e i sindacati. L'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori che si è svolta ieri mattina, ha accolto le notizie in silenzio - raccontano i sindacati - segno che la paura ha preso il posto anche della rabbia, di fronte a difficoltà che sembrano insuperabili. Perché anche licenziare, per continuare ad andare avanti e non chiudere i battenti, costa e non poco, così, tra l'intenzione della società Royal Tuscany di alleggerirsi di una buona fetta dei costi del personale e l'attuazione di questo intento, adesso si pone un altro problema che era già emerso dall'incontro di martedì: il costo del trattamento di fine rapporto che, nel caso della ex Mabro sarebbe, di circa 4,2 milioni di euro maturati fino a due anni fa, prima che subentrasse la nuova proprietà - Movies prima e Royal Tuscany oggi - e che l'azienda, oggi, non non vuole, né potrebbe, pagare, come non sembra possa essere in grado di farlo la precedente proprietà, che è sull'orlo del fallimento. Molto probabilmente è questo il nodo più difficile da sciogliere per il futuro dei circa 260 lavoratori della ex Mabro e la soluzione più semplice, almeno in teoria, sarebbe che il tribunale fallimentare dichiarasse il fallimento della precedente società, in modo da aprire le porte all'intervento diretto dell'Inps. Ma se il tribunale ritardasse, servono altre vie di uscita. Sembra essere ormai assodato, infatti, che in un momento in cui la crisi sembra protrarsi e con un fatturato che si attesta poco al di sopra dei 10 milioni di euro, rispetto ad una previsione che era di circa il doppio per il 2010, l'azienda abbia bisogno di effettuare tagli pesanti proprio sul personale e di mantenere i livelli occupazionali più bassi almeno per il prossimo biennio, salvo auspicabili crescite significative della domanda e del fatturato. È ormai evidente a tutti, anche ai sindacati, che la cassa integrazione fino a febbraio, estesa a tutti, non basta più, così come non bastano le circa 30 mobilità volontarie su cui era già stato raggiunto un accordo. Occorrerà mandare a casa almeno un'altra sessantina di persone, per raggiungere quel numero che era calato come una doccia gelata sulla rsu, lunedì scorso. È sulle modalità con cui l'operazione potrà svolgersi che adesso si concentrano l'attenzione e l'impegno dei sindacati e dell'azienda. Si ipotizza, infatti, il ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali, tutti quelli che sarà possibile mettere in campo, e così si parla di cassa integrazione a zero ore, per una sessantina di dipendenti e per un periodo che sia il massimo consentito dalla legge, cioè fino a due anni, salvo verifica della quantità di cassa integrazione già usufruita. Poi si prospetta la mobilità, che per chi ha più di 50 anni potrebbe protrarsi anche per periodo adeguato a consentire il pensionamento. Resta, però, irrisolta la questione del trattamento di fine rapporto. Nessuno dei lavoratori, evidentemente, è disponibile ad avviare un percorso di uscita dall'azienda senza avere garanzie sulla liquidazione per il periodo precedente all'ingresso della nuova società. Ed è questo, ora, insieme al confronto sul piano industriale che si avvierà il 6 ottobre, lo scoglio più immediato.
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